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A. Guggenbühl-Craig: “Al di sopra del malato e della malattia” (Raffaello Cortina, 1980)

Il potere ‘assoluto’ del terapeuta*

 

Secondo l’autore di questo datato ma ancora attualissimo volume, alla base di una scelta particolare come quella di chi svolge una cosiddetta professione d'aiuto c'è sempre in gioco un'idea, una premessa, un modello generale che può essere rappresentato dall'archetipo del guaritore. Con il modello del guaritore viene a trovarsi in relazione chiunque abbraccia nella propria vita, e non solo professionalmente, il compito tutt'altro che leggero di assistere, guarire, curare.   Da una parte c'è l'essere umano malato, stressato, esaurito, incapace di far fronte alla vita; dall'altra l'essere umano che si presume abbia la capacità di lenire e guarire. L'interesse di un individuo che sceglie una professione d'aiuto deriva quasi sempre dalla consapevolezza, a volte più chiara a volte meno, che in ogni vita umana alberga la possibilità della malattia, del malessere, dello smarrimento. Questa consapevolezza coinvolge un tale individuo al punto da motivarne la scelta professionale poiché curando, aiutando, assistendo ... egli si sforza di fronteggiare la propria stessa ferita, la propria ansia, la propria paura.

Il potere e tutte le relative problematiche subentrano quando una tale persona, investita dalla società che gli conferisce un titolo professionale che ne sancisce le competenze acquisite nel corso di un più o meno lungo processo di formazione, dimentica queste premesse e giunge a sentirsi superiore al suo interlocutore - che sia denominato paziente, assistito, cliente, ecc. - tramite la convinzione più o meno completa che il suo dominio possa estendersi fino al dominio totale dell'angoscia, o della malattia in sé. In queste condizioni, qualunque dubbio o affermazione proveniente dal paziente rappresenterà sempre per il terapeuta il dubbio o l'affermazione di qualcuno che ha la mente o il fisico debilitati, o comunque di un incompetente, di un non addetto ai lavori, che quindi non può essere preso del tutto sul serio. Se così stanno le cose diventa fondamentale per il professionista della salute conservare la memoria della sua "ferita", e la consapevolezza che, nel curare gli altri, egli sta in realtà trattando non soltanto con l'altra persona ma anche con la propria malattia, con il proprio malessere personale ed esistenziale. Più chi presta aiuto crede di esser sano, e che il "guasto" sta solo in chi gli sta di fronte, più cresce la distanza tra sé e l'altro, e con essa si approfondisce la scissione tra i due poli dell'immagine del guaritore-ferito che è alla base del suo operato.

L'immagine del guaritore deriva storicamente in parte dalla medicina e in parte dalla religione. Il "giuramento di Ippocrate", che ciascun futuro medico è tenuto a prestare in ragione del suo mandato professionale, afferma tra le altre cose che il medico "baderà soltanto alla salute degli infermi rifuggendo ogni sospetto di ingiustizia e di usare corruzione". Una simile premessa dovrebbe garantire che colui che si trova investito del compito di curare il proprio prossimo eviti di agire da ciarlatano: ciarlatano è quel medico che per acquisire prestigio e/o vantaggi economici non esita a ingannare i propri pazienti e a volte persino sé stesso, inducendoli a credere nell'efficacia delle proprie cure anche laddove queste, spesso, non hanno sufficiente fondamento scientifico. L'altra vocazione che sta alla base di una scelta professionale orientata all'aiuto del prossimo, è rappresentata dalla figura del sacerdote. Il lato oscuro di questa nobile immagine è, al pari del medico ciarlatano, quello dell'ipocrita e bugiardo che non predica perché ha fede ma per acquistare influenza e potere. Il compagno inseparabile della fede è il dubbio, ma nessuno vuole trovarlo in un sacerdote - ne abbiamo abbastanza per conto nostro - e così spesso questi non ha altra alternativa che fingere, nascondere le proprie incertezze, magari mascherando con parole alate un momentaneo vuoto interiore. L'ombra del falso profeta accompagna così il sacerdote per tutta la sua vita. Dunque nelle professioni d'aiuto non si ritrovano soltanto le immagini nobili della medicina e della religione ma anche i loro aspetti d'ombra: il ciarlatano e il falso profeta.

Per concludere ...

Cosa spinge un individuo a preoccuparsi del lato oscuro della vita sociale?           Deve trattarsi senz'altro di una persona di tipo particolare: l'individuo medio, comune, preferisce infatti ignorare e dimenticare le disgrazie e le sofferenze del  suo prossimo quando queste non lo toccano direttamente, o almeno preferisce averci a che fare di rado, a sufficiente distanza, leggerle cioè nei giornali o vederle alla televisione. Solo un numero piuttosto ristretto di persone si occupa di entrare in contatto diretto con i guai altrui, la maggior parte ne ha abbastanza dei propri.  Se diciamo semplicemente che coloro che svolgono professioni di aiuto sono esseri benedetti da un più grande amore per il prossimo non risolviamo nulla, poiché non è vero, e d'altronde non tutti sono cristiani osservanti mossi dalla convinzione che l'amore verso il prossimo, manifestato aiutando gli infelici, sia il principale comandamento divino. Devono essere persone dalla struttura psicologica molto speciale quelle che scelgono come lavoro il confronto quotidiano con alcune delle polarità fondamentali dell'uomo: adattamento-disadattamento, successo-insuccesso sociale, salute-malattia. Chi esercita una professione assistenziale ne è certamente più affascinato di altri per motivi soggettivi che ne influenzano l'operato tanto più quanto meno, di essi, se ne è consapevoli.

 

(*) Parte consistente del presente scritto, pur non risultandone espressamente indicati i passaggi e le citazioni relative, è tratta direttamente dal testo recensito.

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