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Il pianista Jazz Bill Evans (1929-1980) era originario di Plainfield (New Jersey).            Si narra che fosse uno spirito conservatore, dall'aria frequentemente assorta, obbediente alle regole e assai “serio” benché, al contempo, acutamente ironico.                                                                                                                                     Amava rimaneggiare “arie” musicali relativamente semplici, come quelle              delle “standard songs” più diffuse e ascoltate nel panorama della musica d'intrattenimento colto del suo tempo: quelle di autori quali Bacharach,              Hart, Young, Gillespie e altri esponenti del jazz americano tra gli anni 50'                     e 60'.                                                                                                                                           Un autore, Evans, che col suo pianoforte raccontava "storie".                                     Storie di amori falliti, di tradimenti, di attese deluse; di speranze che reggono vite sospese al filo d'illusioni perennemente destinate a subire lo scacco di una realtà sempre troppo dura e prosaica, per le esigenze del poeta e del sognatore. Rannicchiato come un feto, o ingobbito - sembrerebbe - dal peso di ruminazioni schiaccianti, possiamo osservare tutt'oggi Bill Evans al piano, nei video pubblicati su youtube, mentre sciorina le sue “storie” - romanze senza parole - che raccontano più di un'infinità di parole.

Per i cultori del jazz, Evans passerà alla storia soprattutto per l'originalità insuperata nel voicing: la scelta dell'altezza tonale nella disposizione delle note all'interno di un accordo. Per coloro che si limitano ad abbandonarsi all'ascolto delle sue “storie” resterà l'esempio di una meravigliosa voce narrante, per la musicalità dei silenzi   tra le note ed un lirismo che fa tacere d'incanto il chiacchiericcio della mente,      della critica e del commento.                                                                                         Molto si è detto e si è scritto sulla personalità di Evans: sul suo temperamento inquieto, sull'abuso di eroina che lo condusse ad una prematura consunzione, nonché sulla sua estrema “introversione”, che avrebbe trascinato in baratri di desolazione l'esistenza delle donne ch'ebbero in sorte di essergli compagne.      Quel che oggi resta è la sua musica: una viva testimonianza di quanto la     creatività possa prescindere da eclatanti cambiamenti di stile e di forma in        nome dell'imperativo "essere al passo coi tempi", concernendo piuttosto              una ricerca, un'elaborazione profonda entro una gamma limitata e ristretta             di modalità d'espressione*.                                                                                   Ascoltando, dalle prime alle ultime, le sue interpretazioni di 'classici' e le  composizioni originali si ha l'impressione che il discorso evansiano - il suo           tema - resti sempre lo stesso, benché soggetto ad innumerevoli variazioni:         come un sogno ossessivo, fissato da immagini tenue e al contempo incalzanti,     che sembrano riecheggiare all'infinito sempre la stessa domanda - lo stesso  estenuante, dilemmatico, metafisico "perché".                                                              Non sappiamo - forse non sapremo mai - quale fosse la radice dell'inquietudine esistenziale di un uomo di cui s'è detto che "aveva tutto" - fascino, prestanza fisica, cultura, doti artistiche, intelligenza - e che nondimeno sempre ispirava in coloro  che lo circondavano un sentimento di intima, profonda infelicità.

Della vita di Evans scegliamo di ricordare, tra i tanti narrati e tramandati, un  episodio che illumina il contrasto che caratterizzava la sua personalità da     quella di un altro personaggio del mondo musicale a lui coevo, Miles Davis.            Un giorno Evans e Miles Davis si ritrovarono assieme in sala di registrazione,        per incidere alcuni brani che sarebbero stati poi pubblicati sotto il nome dell'etichetta discografica del gruppo di Davis. Ad un certo punto delle prove Davis, con la sua voce roca ed il consueto linguaggio colorito espresse ad Evans quello che si aspettava da lui in una circostanza del genere, più  o meno in questi termini (**):

"Bill, ok ... ci siamo ... è tutto ok ... il suono, gli stacchi ... le dinamiche ...però .... vedi ... Bill ... il fatto è che vorrei più ... ecco vorrei che ... che ti facessi il gruppo ...sì, Bill ...devi farteli di più tutti quanti ... loro non aspettano altro, Bill ...solo così può funzionare davvero, credimi ..."

Dopo un lungo intervallo di tempo, con un tono serio e a bassa voce, Evans  avrebbe replicato:

" Miles ... capisco quello che intendi ... ma ... credimi ... proprio non ce la faccio ...  anch'io vorrei ... ma ... non ce la faccio a ... piacere ... a tutti ... mi dispiace, Miles ...."

 

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(*) In proposito si rimanda all'articolo "Su creatività e continuità", contenuto         nella sezione "Immagini e parole".

(**) Tratto da "Miles. L'autobiografia ", di M. Davis e Quincy Troupe, 1989,                 (trad. it. Minimum fax, 2001)