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La prima parte di questo lavoro è un'indagine riguardo le influenze che sul pensiero di R.D. Laing avrebbero esercitato alcuni maestri della Psicoanalisi, specialmente sulle sue concezioni più progressiste concernenti il tema della "malattia mentale". Influenze non sempre sufficientemente esplicitate e riconosciute, anzitutto dallo stesso Laing. Di qui il titolo del libro. Il riferimento all'ombra ha tuttavia un'ulteriore dimensione di senso: se da un canto indica infatti il destino, all'interno del suo pensiero, del contributo intellettuale di coloro che furono i suoi maestri, dall'altro caratterizza, almeno in parte, quanto occorso alla sua stessa opera, oggetto di un crescente "adombramento" messo in atto dall'establishment psichiatrico e psicoanalitico, e più in generale da quegli ambienti che tutt'oggi professionalmente si occupano di malattia mentale. Anche questi aspetti vengono qui discussi, nella seconda parte, seguendo un variegato itinerario in cui al resoconto di esperienze vissute nell'incontro con il carismatico maestro, il personaggio Laing - narrate da  uno degli Autori - si alternano riflessioni sul complesso e al contempo innegabile rapporto che emerge tra la vita e l'opera dello psichiatra scozzese. Un rapporto        di cui recano testimonianza soprattutto gli scritti di carattere più intimistico (quali   "I fatti della vita" e "Conversando con i miei bambini") pubblicati da Laing quando era ancora all'apice della sua fama, ovvero poco prima dell'inizio del tormentato declino che ha caratterizzato - a partire dalla metà degli anni '70 sino alla sua morte avvenuta nel 1989 - la parabola umana ed esistenziale di una delle personalità comunque più affascinanti e significative per la cultura e la prassi delle “scienze sociali” del XX° secolo.

Si sente frequentemente parlare di forme specifiche di psicoterapia: da quella psicoanalitica a quella cognitivo-comportamentale; dalla umanistica alla sistemico-relazionale - solo per citare alcune delle tipologie oggigiorno più diffuse. Più di rado invece ci si sofferma semplicemente sul significato della parola stessa: psicoterapia. E' quello che faremo qui, brevemente, ritenendolo un'utile riflessione preliminare alla scelta della giusta terapia psicologica. La parola psicoterapia risulta dall'unione di due termini distinti: quelli di psiche e di terapia. Quelle di Terapia psicologica, o della psiche, risultano pertanto essere definizioni concise e pertinenti del termine "psicoterapia". Ma che cosa significano, a loro volta, "terapia" e "psiche"?L'etimologia di "terapia" rimanda al greco therapéia, derivante a sua volta da "therapéuein", ovvero "curare". Originariamente il termine era utilizzato tuttavia non solo in ambito medico, ma anche per indicare il "servizio religioso" reso alla Divinità attraverso il rituale e il culto, così come quello reso alla natura attraverso la coltivazione del terreno. Anche la parola “psiche” ha radici mediterranee, stando ad indicare in greco l'anima (psychè), ovvero quel "soffio vitale" - rappresentato talvolta come un'animaletto alato, spesso una farfalla - che caratterizzerebbe l'esistenza di tutto ciò che si evolve nascendo, crescendo e morendo, al cospetto di quanto si limiterebbe ad esistere in una forma intrinsecamente immobile e statica, sempre uguale a sé stessa - dunque disanimata. Fare della "psicoterapia” significa pertanto, letteralmente, prendersi cura dell’anima. Inevitabilmente viene da pensare all'ambito religioso, quando si parla di "cura dell'anima". Oggigiorno, tuttavia, quello di psicoterapia è diventato un termine che evoca un sapere specifico e circoscritto di tipo medico-scientifico, in un senso che tende pertanto ad occultare la radice di quanto esso era imputato originariamente a designare. Difficile immaginare un'antitesi più grande di quella esistente tra un ambito come questo e quello di tipo religioso, considerando anche l'etimologia stessa della parola religione: raccogliere, unire, collegare. Eppure psiche, lo ribadiamo, significa letteralmente proprio questo: anima. Ancora oggi, comunque, nel linguaggio laico di uso quotidiano, si parla talvolta di anima per indicare l'essenza di qualcosa; ed è in tal senso che possiamo intendere tale termine. E' da qui tuttavia che le strade iniziano a divergere, e che subentra quella che ai profani può apparire come la confusione, la babele dei linguaggi delle svariate forme odierne di psicoterapia: poiché ciascuna di esse riflette un'accezione particolare, una certa maniera di intendere l'anima - o l'essenza - della questione o del problema che è oggetto dell'attenzione del terapeuta nei confronti del suo paziente. Ogni specifico tipo di approccio psicoterapeutico colloca infatti tale "essenza" in un contesto definito, che diventa così l'oggetto privilegiato della sua indagine e del suo campo d'azione: come ad es. quello delle relazioni inter-personali e intra-familiari per l'approccio sistemico-familiare, oppure quello dell'interiorità e delle relazioni intra-psichiche (sino al cosiddetto in-conscio), per      chi sia fautore di un approccio di tipo psicoanalitico o più genericamente psicodinamico; oppure quello del comportamento esteriore e visibile, per chi si attenga ad un modello cosiddetto comportamentistico. Per la scelta della terapia giusta non è pertanto in questione solo il tipo di problematica che affligge la persona, ma anche - soprattutto - un fattore di affinità psicologica, rispetto ad         un certo modello di cura e di intervento.

 

 

 

 

 

L'affermazione del Surrealismo è di poco successiva alla nascita della Psicoanalisi. Correnti di idee analoghe assumono forme differenti, a seconda del contesto culturale in cui prendono vita. Ambedue le dottrine professano la fede in               un'alterità, nell'esistenza di una "realtà altra", che collocano su un piano differente da quello del senso comune. Di essa la Psicoanalisi ne parla in termini di Inconscio,  e cerca di concettualizzarne, a partire dal suo fondatore, Sigmund Freud, le regole e le forme che ne governerebbero l'espressione. E' a cominciare dai suoi lavori sul sogno che tutto ciò ha avuto origine. Perché proprio il sogno, ci si potrebbe domandare? Il sogno in quanto espressione immediata dell'esperienza psichica. Forma pura della mente che si dà come elemento di natura nell'esperienza intima che ciascuno fa dell'alterità che lo abita. Quando dormiamo, e sogniamo, cessiamo di essere “padroni di noi stessi” per tornare a fluire con la vita psichica. La vita delle immagini. Il culto dell'Io, della "padronanza di sé", che durante la veglia riceve con maggiore regolarità il suo tributo, in qualche modo, col sonno, misteriosamente s'inceppa. Ciascuno sperimenta allora, nell'intimità paradossale dell'abisso che si spalanca,  l'alterità nella sua manifestazione più immediata e più genuina.               La scrittura automatica, che i surrealisti concepirono come mezzo di espressione nonché di accesso alla sur-realtà di cui parlano, è quanto di più prossimo si possa immaginare alla vita sognante.                                                                                               Tuttavia le analogie tra i due ambiti non devono trarre in inganno.                            Tra psicoanalisi e surrealismo le differenze sono notevoli. Le progettualità che ne scaturiscono, in particolare, sono significativamente diverse. 

                                              La dove era l'Es deve subentrare l'Io

dirà Freud, per esemplificare le finalità del lavoro terapeutico, inseparabili dalle finalità culturali del progetto psicoanalitico. La fantasia del controllo, dunque, con l'avvento del pensiero psicoanalitico è lungi dall'abdicare. Soltanto, mira a compiere un salto di qualità, ad alzarsi di livello, in un certo senso. Non può dirsi altrettanto per quello che è il discorso del surrealismo. Almeno dagli enunciati del suo padre fondatore, André Breton, si evincono una volontà di emancipazione radicale e di affrancamento che sono assenti in Freud e nei suoi più fedeli prosecutori.     Forse, anche per differenze di temperamento e di visione dell'esistenza o di Weltanschaaung (visione-del-mondo), come si diceva un tempo.                 Qualcuno evidentemente si deve illudere, poiché non possono avere ragione entrambi gli schieramenti, qualora sussistano una sola verità, una sola realtà e … una sola. Ma proprio questo è il punto critico di tutta la questione scaturita in    seno al dibattito culturale che a partire dai primordi, dunque dalle premesse filosofiche a fondamento del movimento surrealista e di quello psicoanalitico,         ha avuto origine.                                                                                                                       Cos'è la  realtà?                                                                                                                         Il sogno, la via del sogno, quella che Freud definiva "via règia" (principale)             per accedere alla conoscenza dei contenuti dell'inconscio, rinvia ad una rappresentazione di realtà squisitamente imagistica, ovvero al presupposto          che la psiche si fondi essenzialmente su basi poetiche  (Hillman).                         Meglio: mito-poietiche. Affermava qualcosa di analogo Carl Gustav Jung quando scriveva che "La fantasia crea giorno per giorno la realtà. A questa attività non so     dare altro nome che quello di fantasia (...) La fantasia mi sembra quindi l'espressione più chiara dell'attività specifica della psiche" (C.G. Jung, Opere Vol. 6, pg. 63).           Una realtà dunque irriducibilmente soggettiva, pur nella sua oggettività immaginale. Il surrealismo imbocca questa via, con Salvador Dalì e gli altri suoi prestigiosi rappresentanti, con la progettualità di un sovvertimento, di una rivoluzione culturale ed intellettuale che in un momento storico di rilievo - poco dopo la Prima Grande Guerra (1914-1918) - portò alcuni di essi a sposare posizioni politiche prossime a quelle propugnate dall'ideologia marxista. Ciò sarebbe accaduto anche in ambito psicoanalitico, sul principiare degli anni 60', con quella che si sarebbe definita "sinistra freudiana": una complessa congèrie di idee psico-politiche che hanno trovato in alcuni pensatori (come ad esempio Ronald Laing e David Cooper, in ambito psichiatrico) un fertile terreno di diffusione culturale e mediatica, a ridosso della fatidica stagione degli "hyppies" e della cosiddetta controcultura giovanile. Sulla scia di un tale progetto di "rifondazione" troviamo     variegate forme di pensiero, tra cui quelle antesignane delle più recenti tendenze new age : tutte, comunque, accomunate da una forte tensione verso un radicale rinnovamento dell'anima dell’uomo, di una vera e propria metanoia (=cambiamento di mente, nel linguaggio dell’Antico Testamento); un’anima in qualche modo "traviata", secondo tali autori, da oltre duemila anni di condizionamento esercitato dal pensiero religioso cristiano e monoteistico. Benché in tale lettura si trovino segmentarie concordanze tra surrealismo e pensiero freudiano, si ravvisano comunque cospicue differenze tra i rispettivi discorsi. Freud, e i suoi primi seguaci,  - per esprimersi con un'immagine - "ponderavano col teschio", sulla scia dei  beneamati protagonisti della tragedia shakespeariana. Erano, in altre parole, ben lungi dal credere che l'esercizio critico del pensiero psicoanalitico avesse il potere  di compiere chissà quale sovvertimento politico-sociale. La consapevolezza dei  limiti non scomparirà mai dal loro orizzonte. Il progetto psicoanalitico appare  dunque ben più modesto, da una parte – sebbene più ambizioso, dall'altra - rispetto a quello del surrealismo. Adattare l'uomo alla "miseria quotidiana", all'infelicità media dell'individuo comune, appaiono infatti obbiettivi ben diversi da quelli, assai più esaltanti, di un Dalì o di un Breton o di uno qualunque dei pensatori di spicco del movimento surrealista. Per costoro si trattava di "rifondare" l'uomo, sulla scia dell’insegnamento di F. Nietzsche e del suo incandescente pensiero.        Un uomo immaginato definitivamente libero dalle pastoie di condizionamenti sociali di ogni  tempo e luogo. I due “piani”, quello psicoanalitico e quello surrealista, come si può facilmente arguire, qui non coincidono affatto.                    Le "giraffe in fiamme" di Dalì hanno la testa in alto, a contatto col cielo, come i    corpi dei suoi  elefanti dalle zampe filiformi nella "tentazione di Sant'Antonio".           Freud, in confronto, "se ne sta con gli ippopotami" in basso, coi piedi ben saldi e tutt'altro che filiformi, piantati al suolo.                                                                       Tuttavia una grande ambizione accomuna i due discorsi:

                                        Si nequeo supero acheronta movebo

E’ l'incipit dell' Interpretazione dei sogni, pubblicata da Freud nel 1899.                 Ovvero: Se non posso muovere gli dei del cielo, scuoterò quelli dell'abisso. Così enunciava il "manifesto psicoanalitico" nel testo che inaugura la cultura del 900'. Quella stessa cultura che di lì a poco conoscerà la tragedia di due guerre mondiali dalle devastanti conseguenze, specialmente per l'Europa - la vecchia Europa - culla delle Belle Lettere, dell'Arte, dell'Umanesimo Rinascimentale e dell'Illuminismo. L'Europa della Ragione. Da tali guerre l'animo umano è uscito a pezzi, più che "rifondato", a testimonianza di come dopo oltre duemila anni dall'avvento dell'era cristiana l'uomo non sia affatto cambiato. Ancora ricorrono catastrofi collettive cui sembra demandato il compito di de-anestetizzare e risvegliare, almeno per qualche tempo, gli animi. Tocca di constatare, in definitiva, come sia il surrealismo che la psicoanalisi - almeno per coloro che vi riponevano speranze "messianiche" - abbiano fallito nel loro mandato rivoluzionario. Di essi resta tuttavia un 'immenso lascito artistico da un canto e culturale dall'altro. Anzi no: artistico e culturale, da ambo le parti. Perché non c'è arte senza cultura e viceversa.