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Malattia e non dualità

la malattia dal punto di vista della non dualità

"Lo specialista non può vedere l'intero" (Jiddu Krishnamurti, Taccuino Spirituale)

Estrazione della pietra della follia, H. Bosch, c. 1494

In questi giorni mi è capitato di (re)imbattermi nel libro di T. Dethlefsen e R. Dahlhe intitolato “Malattia e destino” (Edizioni Mediterranee, 1986). Non lo riprendevo in mano da anni, da ben prima che scoprissi la non dualità. Ora ho potuto apprezzarlo meglio di quanto abbia potuto fare in passato. Gli autori del volume in questione – già dal sottotitolo¹ – discorrono circa il “messaggio” che conterrebbe la malattia - qualunque tipo di malattia, al di là della distinzione - di derivazione cartesiana - tra malattie psichiche e malattie somatiche.

Ma esiste realmente qualcosa come la malattia? Non ci sono forse soltanto sofferenza, dolore, afflizione? Quella di malattia è essenzialmente un’idea – rappresentazione o immagine – che crea la mente separata, indistinguibile dal senso di separazione, dal senso di “me”. Se non c’è un senso del me - se non c’è l'illusione della separazione – non c’è alcuna malattia; c’è solo ciò che è ovvero – almeno nei casi in cui si parla di malattia - : sofferenza, dolore, afflizione. E’ importante comprenderlo. La parola "malattia" evoca sempre l’idea di un’entità per quanto “naturale” dotata di intenzionalità, scopo, significato ecc. In altre parole è il riflesso speculare, non riconosciuto, del senso di separazione. Lo vediamo anche da come la “malattia” viene aggettivata nel linguaggio comune, che spesso la descrive come un nemico da disarmare o da distruggere (in questi giorni è quanto mai evidente quando si parla del famigerato coronavirus).

Ci può essere malattia se non c’è separazione? Gli autori del libro in questione parlano giustamente del fatto che non si soffre di “malattie” al plurale quanto piuttosto di una sola “malattia” che infine sfocia, inesorabilmente, nella morte dell’organismo corpo-mente. Tuttavia non vanno davvero a fondo, alla radice della questione, al punto di mettere in discussione l’idea stessa di malattia. Ora, qualche lettore potrebbe storcere il naso pensando che qui si intenda negare un fatto innegabile, un’evidenza. Ma in effetti dobbiamo chiederci: esiste la malattia come qualcosa di separato dall’apparente accadere dell’esistenza?

Queste sono considerazioni della massima importanza, aventi implicazioni decisive anche sul piano della prassi - cioè del che fare dinanzi alla sofferenza. Se infatti quella di malattia è una credenza, come lo è quella dell’esistenza di un me separato, riconoscerla in quanto tale potrebbe implicare non dare corpo al male (sic!) proprio evitando di oggettivarla. Dalla prospettiva non duale non ci sono né una psiche né un corpo malati ma piuttosto un fraintendimento - o mancato riconoscimento - di ciò che è. E’ certo lecito – anzi, assolutamente doveroso - fare il possibile per dare sollievo alla sofferenza, che sia la propria o quella altrui poco importa. Ma è altrettanto importante comprendere che reificando il male tramite l’assunto dell’esistenza della malattia intesa come entità oggettiva, non si può neppure concepire una guarigione che non contempli una morte intesa nel senso parimenti oggettivo del termine.
La guarigione è la fine del senso di separazione². Con la fine del senso di separazione viene meno anche ogni male inteso come entità distinta, separata dal tutto. Gli autori del libro in questione tuttavia non sembrano orientati a contemplare la possibilità che sussista una differenza tra morte del corpo fisico e fine del senso di separazione. E’ chiaro che se solo con la cessazione delle funzionalità corporee venisse meno il senso del me non potrebbe esserci “guarigione” senza la morte fisica³. Accade che alla fin fine, nonostante le loro migliori intenzioni (o proprio a causa di esse?!), gli autori approdino ad una visione iper moralistica della sofferenza: sei malato perché fraintendi te stesso, non sei abbastanza consapevole, non sai decodificare il messaggio racchiuso nel male ecc. Si arriva così al culmine della celebrazione del culto dell’io, concomitante con la sua spietata - al contempo alquanto ipocrita – colpevolizzazione. Non è strano, date le premesse, che col tempo i due autori/studiosi si siano fatti promotori della fondazione di svariati centri terapeutici c.d. “olistici” tuttora sparsi in giro per il mondo i cui programmi curativi contemplano, a fronte delle più svariate afflizioni, una congerie di metodi specialistici comprendenti di tutto: da diete mirate, digiuni completi e terapia della reincarnazione all’ipnosi regressiva, meditazione trascendentale ecc. Alla fine un fantasma, non riconosciuto in quanto tale, sempre si palesa in qualche visione/azione propositiva e assertiva, a fronte di un’esistenza beffardamente sfuggente⁴.

E’ difficile rinunciare alla speranza di cavarsela senza alcun merito, senza alcun esercizio di virtù personale, senza disciplina, senza nessuno sforzo… In altre parole è difficile aprirsi veramente al nocciolo del messaggio non duale. Del resto … è proprio impossibile, poiché davvero non c’è alcun io separato! Chi, pertanto, potrebbe “aprirsi” e a cosa ?!?


¹ Che recita: “Il valore e il messaggio della malattia
² E non della separazione, che è totalmente illusoria.
³ Questo è l’approdo cui perviene la prospettiva platonico-socratica, per la quale il corpo altro non è che "prigione" dell’anima. Un punto di vista che si riflette nelle parole di Socrate il quale con serenità sublime (stando almeno al resoconto platonico) dopo avere ingerito il veleno mortale, avrebbe detto: “Ricorda, Critone, che dobbiamo un gallo ad Asclepio” essendo, quest’ultimo, il dio greco preposto alla guarigione.
⁴ “Dio è un comico con un pubblico che non ride mai” (T. Parsons)

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