Vai al contenuto

Un commento alla favola di Apuleio, “Amore e Psiche”

Ci sono vari modi di accostarsi al mondo dei miti e delle leggende dell'antichità. Una favola si presta a differenti tipi di lettura, ciascuno dei quali si caratterizza per la scelta di una chiave, un criterio esplicativo che privilegiando la scelta di alcuni elementi della narrazione anziché altri, oppure una prospettiva particolare da cui osservare gli stessi, può condurre ad un’interpretazione specifica del suo contenuto. Le storie classiche, inoltre, quelle che ci sono state tramandate dalla tradizione greca e greco-romana, se da un canto ci forniscono conoscenze riguardanti gli usi e i costumi, i rituali religiosi, la stessa mentalità di quelle antiche genti, dall'altra offrono l'opportunità di riflettere sul rapporto tra quel mondo e quel tempo ed il nostro mondo, coi suoi modelli e le sue caratteristiche specifiche di pensiero e d'azione. La leggenda di "Amore e psiche" non fa eccezione, in tal senso. Su un piano immediato, ingenuamente letterale, essa ci narra delle vicende di un amore che nasce tra due creature caratterizzate dall'appartenenza a mondi differenti, - quello umano di Psiche, quello divino di Amore/Eros. Già l'alterità di due mondi così differenti dovrebbe metterci in guardia da facili riduzionismi. Il femminile in questa fiaba è umano, ma non la sua controparte maschile. D'altro canto tra questi due mondi sussiste un'indubbia relazione. Essa è condizione necessaria affinché possa esservi, quanto meno a livello immaginario, una simile storia. Gli dei sono raffigurati come creature dotate di un potere superiore, che è quanto basta per caratterizzarle per quel che rappresentano, al di là delle epoche in cui vennero concepiti. Ma anche come esseri carichi di passioni squisitamente umane. L'invidia di Venere, la concupiscenza di Eros... solo per esemplificare un po’. L'incontro tra i due mondi, quello umano e quello divino, è dunque reso possibile dalla condivisione di sentimenti, modelli d'azione e di pensiero omogenei, al di là della differenza fondamentale, sancita a priori, che sussiste tra i protagonisti. L'ideale della bellezza è uno dei fili conduttori della storia. Venere, in quanto modello divino di essa. Psiche, in quanto incarnazione umana della medesima. Amore, - in greco Eros - svolge, tra l'altro, una funzione di relazione tra le due figure femminili. E' colui che permette di stabilire una connessione tra i due mondi. Anche Eros è una divinità, comunque. Se da una parte, dunque, abbiamo una creatura semplicemente umana, qual' è Psiche, dall'altra abbiamo a che fare con una coppia divina: Madre e Figlio. Il divino è duplice, dunque diviso al suo interno. La storia è resa possibile proprio dalla tensione che sussiste a priori in seno al divino stesso. Se Eros si limitasse ad obbedire ai comandi materni, se cioè non vi fosse un conflitto all'interno del mondo divino, la storia esiterebbe nella maledizione sancita da Venere ai danni di Psiche. Solo una divinità, evidentemente, può fronteggiare e tenere testa ad un'altra. Eros, infatti, non agisce come un semplice esecutore del mandato materno. Eros mediatore, dunque, coerentemente con la funzione connettiva dell'amore. Oscuro in principio, agli occhi di Psiche, e operatore di una progressiva trasformazione della fanciulla che ode voci che se da un canto la seducono, invitandola ad una quiescenza cieca - quasi ipnotica - ad una condizione di prigionia dorata, dall'altra l'ammaestrano - traendola fuori dal suo mondo, dalla sua ingenuità fiduciosa e virginale - inducendola a diffidare delle sorelle – duplici anche quelle - e insinuandole una divisione che sembra riecheggiare la condizione stessa dell'amante divino. Un amore portatore di dubbio, del sospetto, dell'ambiguità di una conoscenza ormai non più immediata, preriflessiva. Sovvengono qui analogie col racconto di Ade e Persefone, la fanciulla divina figlia di Demetra, rapita dal Signore dei Morti e del mondo infero del mito greco. Anche il soggiorno di Psiche nel palazzo di Eros rafforza l'analogia tra le due situazioni, in un mondo che sembra sospeso tra la realtà e l'immaginazione, incantato e suggestivo, non dissimile da quel regno di ombre che è l'Ade omerico. L'ultima prova che Venere impone all'eroina, inoltre, mette a confronto diretto le due figure del mito - la kore (colei che è essenzialmente figlia) e la protagonista della favola di Apuleio - rafforzando l'idea di una connessione sotterranea esistente tra di esse. Un ruolo fondamentale nella storia di Amore e Psiche, come in altre innumerevoli storie narrate dal mito e dalla tragedia - penso qui al teatro di Shakespeare, in particolare - è svolto dall'invidia. Non solo l'invidia della dea madre, a cui già s'è accennato sopra, ma anche quella delle sorelle maggiori di Psiche, che di Venere sembrano essere, sino al momento della loro scomparsa dalla narrazione, delle emissarie terrene, quasi sussistesse tra esse e la dea un'oscura, tacita alleanza, persino un'identificazione inconscia (partecipation mistique, con le parole dell'antropologo Levy Bruhle) stipulata ai danni della bellissima e disgraziata fanciulla. Del resto in tutta la narrazione si può cogliere un elemento di specularità tra ciò che accade in terra - tra Psiche e coloro che la circondano - e le vicende celesti - tra Amore e le altre divinità che compaiono sulla scena - congrua con l'interpretazione tradizionale, maturata in seno alle correnti religiose del misticismo e dell'ermetismo alchemico dell'antichità, secondo la quale il mondo umano sarebbe, essenzialmente, una copia, una sorta di duplicato, di quello divino (è quel che alcuni esegeti hanno creduto di intendere nell'oscura espressione, attribuita ad Ermete Trismegisto, che afferma "come sopra così sotto"). Invidia dunque come elemento propulsivo, quasi un primo motore degli sviluppi che si susseguono nella vicenda narrata, e che pare inoltre assumere, se si osserva la storia nel suo complesso, una valenza etica fondamentale. "Non è giusto", nell'ottica di una Venere, che ad un essere umano sia tributato un culto della portata di quello che spetterebbe solo ad una divinità - la sua divinità. "Non è giusto", dal punto di vista delle sorelle di Psiche, che la sorte di un essere umano nato dallo stesso grembo che diede loro i natali possa essere così fortunata, tanto migliore della loro - come sembra esserlo ai loro occhi quando Psiche le accoglie nel palazzo incantato di Amore. Un'invidia che funge da innesco di situazioni che "mettono alla prova", che vagliano e scandagliano in profondità, secondo le linee di un cammino di tipo iniziatico che sembra volto alla purificazione (sublimazione, nel linguaggio alchemico) dell'anima (in greco Psyché) del neofita, o dell'adepto. Un'anima sempre in procinto di soccombere, in situazioni spesso assai più grandi - almeno stando alle apparenze - delle sue possibilità e dei suoi mezzi. E del resto è proprio nell'ambito di una vicenda misterica e iniziatica, quale quella descritta da Apuleio nel più vasto contesto da cui è tratta la favola di Eros e Psiche, ch'essa si colloca dai punti di vista storico, letterario e psicologico. Essenziale, come spesso nelle fiabe, risulta essere qui il soccorso di creature benigne del mondo animale (le formiche) e vegetale (la canna) che fungono da istanze ausiliarie (spiriti soccorritori) per lo svolgimento di compiti di cui la nostra Psiche, con le sue sole forze, non potrebbe giungere a capo. Una Psiche, come già accennato, spesso sull'orlo del precipizio, - oggi diremmo "borderline" - attratta dalla soluzione apparentemente più diretta ed immediata - il suicidio - a fronte delle difficoltà che incontra sul suo cammino. Con la fatale presa di coscienza susseguente all'episodio della scoperta delle vere fattezze di Amore cessa brutalmente, per Psiche, il tempo dell'ingenuità e dell'incanto, di un'esistenza gradevole sebbene oscura, in comunione con lo sposo invisibile, sconosciuto, che provvedeva a tutti i suoi bisogni in modo magico, e senza ch'ella dovesse compiere alcuno sforzo. Un'esistenza che potremmo definire, retrospettivamente, simbiotica con l'oggetto d'amore, che induce a supporre che l'iniziale permanenza di Psiche nella reggia di Eros rappresenti una sorta di reinfetamento, di restaurazione di un'epoca antecedente alla nascita personale. Per una vita cosciente, ovvero fuori dall'indifferenziazione primaria dall'oggetto d'amore, è fondamentale essere in grado di compiere operazioni di discernimento - come, in forma concreta, il distinguere tra loro sementi differenti - tutte comunque basilari per la vita stessa dell'uomo, soprattutto nelle società agricole delle culture tradizionali dell'antichità. Una sapiente accortezza è parimenti fondamentale per evitare alla nostra eroina di affrontare il secondo compito in maniera maldestra, troppo diretta, nei confronti di una natura animale pacificamente collettiva - quale quella ovina - ma nondimeno in grado di infiammarsi se avvicinata nel modo e nel momento sbagliati (L'ora del dio Pan - l’ora panica - nell'antichità era considerata il mezzodì, quella in cui non si proietta alcuna ombra, essendo il sole allo zenit). Saranno allora le pecore stesse, le insegna l'anima vegetale (la canna) - a fornirle ciò di cui è in cerca (la lanugine dorata). Entrare dunque adeguatamente in relazione con lo spirito gregario consente di trarre ciò che esso apporta di prezioso per lo sviluppo dell'individualità. E poi, i compiti letteralmente impossibili. Le acque del fiume Cocito ricorrono frequentemente nei racconti della mitologia greco-romana. Sono acque sulle quali gli dei sono soliti giurare, note per la loro ardua attingibilità e per i pericoli che incombono su coloro - semplicemente umani - che mirino ad impadronirsi anche di solo poche gocce di esse. Acque dunque spirituali, a somiglianza di quelle delle sorgenti che incontriamo talvolta nelle storie dell'Antico Testamento, e forse non è un caso che sia l'Aquila, animale emblematico della somma divinità dell'Olimpo, Zeus, la creatura più idonea ad attingere da esse. (Per inciso, l'aquila è anche l'emblema del Vangelo di Giovanni, il vangelo spirituale della tradizione canonica neo-testamentaria). Profondità di visione, ampiezza di estensione nel volo, capacità predatorie fuori dal comune fanno dell'aquila un animale che anche nelle mitologie sciamaniche delle civiltà extra-europee svolge un ruolo di primo piano. Uccello psicopompo (guida di anime) per eccellenza, conduce attraverso spazi sconfinati, al di là del noto, in quelle regioni dello spirito dove l'anima dell'uomo, abbandonando più o meno spontaneamente la sua sede abituale, può finire per smarrirsi, senza un'adeguata guida (in genere lo sciamano stesso) che ne garantisca il ritorno (il reinsediamento nel corpo). La prova finale va ancor più in questa direzione interiore o ... inferiore, se vogliamo. Proserpina/Persefone, in quanto regina del mondo infero greco-romano, con tutto il sostrato mitico ad esso correlato, indica un elemento di profondità. L'unguento destinato a Venere non è dunque un semplice rimedio estetico. Sembra piuttosto un cosmetico, termine che ben lungi dall'esaurire il proprio significato - come accade nell'uso corrente e profano della parola - nell'ambito della cura esteriore della persona, ci ricorda con la sua etimologia che il cosmo segue un ordine e ha fondamenta etiche, che il culto della divinità e la cura dei Templi hanno il compito di garantire e perpetuare, affinché la bellezza non vada perduta, su questo mondo. Il convito divino, con cui si conclude la favola, sancisce la coniunctio oppositorum - l'unione degli opposti - nella forma archetipica, cioè universale ed eterna (in quanto valida per ogni epoca e ogni luogo) del matrimonio celeste. Un'unione generatrice di piacere (voluttà) e vita.

Considerazioni su alcuni aspetti del messaggio non dualistico
Michela Guidotti, "Un pugno di mosche"

E’ difficile parlare di “non dualità” senza trasmettere l’impressione di non avere nulla da offrire, lasciando chi legge o ascolta con la sensazione di ritrovarsi - in un certo senso - con “un pugno di mosche”. Anzi, se ciò non accade, è perché forse si sta parlando impropriamente, di “non dualità”. Ma perché - è lecito chiedersi - la sensazione di rimanere con un pugno di mosche “deve” accadere? Se non accade, significa che si sta alimentando un'illusione di fissità, di una posizione definita, mentre "non dualità” indica proprio l’inconsistenza di qualunque posizione definita. Ciò frustra sistematicamente il desiderio di pervenire a una qualche certezza, se si eccettua la certezza dell’incertezza.

Di solito questo a nessuno piace. Dovrebbe conseguirne che sia meglio tacere, ovvero evitare di parlare di “non dualità”, se non si vuol rischiare di essere “disturbanti”. Tuttavia non sempre restare con un "pugno di mosche” è un’esperienza spiacevole.  Può essere, al contrario, un’esperienza liberatoria - seppure fugace ed evanescente, poiché non basta una piccola crepa tra le mura di una stanza buia, attraverso cui filtri qualche raggio di luce, a render le cose chiare e ben visibili al suo interno.

Il messaggio “non duale” toglie la sensazione della solidità del terreno su cui poggiano i piedi. Può pertanto generare un senso di vertigine*. Essendo "destrutturante" può sembrare “nichilistico” sebbene non lo sia, poiché non sostiene alcuna posizione antitetica nei confronti di posizioni "edificanti". Tuttavia è letteralmente “disperante”, in quanto mina alle fondamenta la speranza, l’illusione che “ci sarà un tempo a venire” migliore o più propizio di questo - di ciò che è.

Non vi è alcuna esortazione a “fare qualcosa”, ma non c’è neppure nel senso opposto, a “non fare nulla”, quando è riconosciuto che si tratta in ambedue i casi di accadimenti, senza effettiva scelta da parte di qualcuno. Questo aspetto è nevralgico per discernere l’autentica “non dualità” da svariati messaggi pseudo "non duali” in cui - a volte più espressamente, a volte meno - tende a prevalere un atteggiamento esortativo, persino direttivo**. Un enunciato corretto non sarà inquinato da simili tendenze manipolatorie in quanto nessuno lo enuncia, poiché non c’è alcun “guru”.

Infine, a dispetto di quel che può sembrare accadere sul piano della storia di qualcuno - ovvero nello spazio e nel tempo - nessuno "torna" una seconda volta dallo stesso “maestro” di “non dualità”.

Come disse il vecchio Eraclito***:   

                    “Non ci si può immergere due volte nello stesso fiume”   

                                         -----------------------------------------

*Si rimanda alla videointervista in cui M. Bergonzi parla della sua esperienza in occasione dell’incontro con Nisargadatta Maharaj http://www.asia.it (https://youtu.be/C4_Ls8PdALY?t)

**Come, ad esempio, quando si raccomanda di “coltivare la presenza”

***Cit. Platone, “Cratilo”, 402 A

E’ importante individuare forme di espressione linguistica adeguate per enunciare il più correttamente possibile il messaggio non duale. Per dirlo con una metafora: è importante che un cartello di segnalazione sia ben scritto e ben collocato, per svolgere adeguatamente la sua funzione. Anche se, in effetti, non ci si può realmente “perdere” - nel senso che non può accadere nulla che non sia Questo. La vita funziona bene anche senza che nessuno cerchi di “spiegarla”.

Il riconoscimento dell’assenza di un centro - di una posizione permanente, stabile - ha delle conseguenze di portata incalcolabile. Non c’è più nulla, dopo, che attenda “autorizzazione” per manifestarsi. Naturalmente anche prima era così, sebbene non visto. Apparentemente non cambia nulla. La vita continua come sempre, coi suoi accadimenti quotidiani e la sua “routine” sia fuori - nel cosiddetto mondo esterno - che dentro – in sé stessi. Eppure, al contempo, tutto è radicalmente differente. Sempre meno sussiste quell’apprensione per cui ci si “anima” quando le cose non vanno come “dovrebbero”.  In un certo senso è la morte, a prendere il sopravvento. Si inizia a realizzare così che davvero la morte non è un accadimento. Che non succede mai, essendo sempre presente. E’ un cambiamento di prospettiva sottile ma radicale. Talmente radicale da risultare letteralmente “inestimabile”, e sottile al punto da non essere affatto “apprezzabile”.

L’andamento del divenire è riconosciuto nel suo essere spiraliforme, consistendo in un movimento apparente “intermedio” tra linearità e circolarità. Così a rigore non c’è un ritorno nel vero senso del termine, quanto piuttosto un apparente richiamo. Tutto ciò anche se non è immediatamente visto è colto in retrospettiva. Ma anche in prospettiva: poiché non dualità vuol dire, in termini temporali, cessazione sia di un “andare verso” che di un “venire da”. E’ la fine del tempo. Per la logica ordinaria ciò è inconcepibile. In altre parole il tempo sviluppa, srotola, svolge … l’infinito che sempre è, e non-è.

Il messaggio non duale è sovente accolto con irritazione e fastidio, se non proprio rabbia o ostilità, quando viene espressamente tematizzato e/o enunciato. E’ di quelle “cose” che non si vorrebbero mai sentir dire perché, oltre che suonare un po' "folli", sono ritenute svalutanti nei confronti della storia di cui l’io si sente di essere il protagonista. Oppure, al contrario, esso suscita un fascino misterioso, che induce a ricercare attivamente quelle situazioni (raduni, videofilmati, sat-sang ecc.) appositamente dedicate al “tema” della non dualità.  Tuttavia non c’è una differenza sostanziale tra questi due atteggiamenti opposti che sono, in effetti, “due facce della stessa medaglia”. Qualora il messaggio sia davvero “realizzato” non si tenderà a cercare una qualunque situazione definita, poiché “realizzarlo” implica proprio questo: la fine - per qualsiasi cosa, persona, situazione ecc. - di essere speciale.                                                             

Nella mia esperienza ho riscontrato che soprattutto nella quiete della notte, o nel dormiveglia, si avverte un’eco, una risonanza che fa “vibrar l’animo”– per così dire – all’unisono col messaggio non duale. Probabilmente ciò dipende dalle condizioni più favorevoli che sussistono in quei momenti ad un ascolto della …“voce della verità”. E’ con esitazione che scrivo questo, perché già immagino gli scuotimenti di capo che può suscitare, soprattutto nei lettori più esigenti e “assennati” di queste righe, un tale modo di esprimersi. Ho sufficiente dimestichezza colla “patologia mentale” per ascoltare io stesso con un certo “sospetto” qualcuno che iniziasse a parlare con troppa convinzione – fuor di metafora - di “voce della verità”.  Immediatamente si affacciano nella mente ipotesi “diagnostiche” di disturbo paranoideo  o schizofrenico, di delirio mistico, religioso ecc. Per “voce della verità” non intendo nessuna percezione sensoriale definita (uditiva,  visiva,  ecc.) quanto una sorta di rischiaramento che pur non lasciando alcuna traccia “tangibile” (pensieri, emozioni, stati d’animo ecc.) attua una trasformazione irreversibile nell’intimo. Una “voce” ineffabile, dunque, che - senza impartire nessun comando né indicare alcunché di definito – impercettibilmente “rischiara” l’orizzonte interiore. E’ questa sua discrezione a suggerirmi di alludervi come a una “voce della verità” - nessuna rivelazione, nessuna illuminazione, nessun improvvisa intuizione più o meno folgorante … tutti fenomeni psicologici che si caratterizzano per una certa "irruenza" che li contraddistingue ed i risvolti “psicopatologici” che, talvolta, essi implicano.

Si prenda, infine, l’immagine dell’Ultima Cena con “Gesù attorniato dai Discepoli”: l’istituzione dell’Eucaristia. Distribuendo pezzi del suo corpo (pane) tra i convitati al banchetto, l’Uno (l’Assoluto) che il Cristo è/rappresenta si frammenta, per nutrire tanti ego separati che si manifestano come persone (i discepoli) ciascuna col proprio carattere, la propria storia e il proprio irripetibile, singolare destino. Questa è la maniera “religiosa” - specificamente cristiana - di esprimere quello che intende T. Parsons quando afferma che                                                    

                                             “la totalità ama le storie”  

E’ bene sottolineare che la storia non va intesa come qualcosa di contrapposto a ciò che è, cioè a Questo (non-dualità/corpo di Cristo).

In verità non esistono affatto delle “storie” distinte dalla “totalità”, poiché è il “corpo di Cristo” che nutre - alimenta di sé - ciascuna “storia”. Una storia è ciò che è che si manifesta come storia. Per questo si può dire che qualunque storia è al contempo reale e irreale.  

Il messaggio non duale, se correttamente enunciato e inteso, non svaluta affatto  le storie - sebbene neppure conferisca a qualcuna di esse un qualche particolare rilievo.

motivazioni per cui preferire una modalità "esclusiva" di attenzione, specie nella relazione psicoterapeutica

Mi accorgo di coltivare una predilezione per un'attenzione esclusiva, tendenzialmente orientata ad incentrarsi su situazioni, cose, persone singole. Ad esempio: se decido di fumare non mi va di fare, contemporaneamente, altre cose (quali leggere, scrivere, ecc). Se ascolto una persona non mi va di rispondere al telefono. Se l'interlocutore è un mio paziente poi, solitamente spengo il telefonino, per evitare così di essere disturbato. Naturalmente sussistono delle eccezioni. Ma sono rare. Se durante la terapia il terapeuta decide - consciamente o inconsciamente - di tenere acceso il suo cellulare, sta accordando disponibilità alla possibilità che un evento esterno come una "chiamata" possa interferire  con la situazione, interagire con la relazione terapeutica. E’ una questione tutt'altro che banale. E' chiaro che in ogni caso possono accadere eventi del genere, ma è ben diverso se a ciò si accorda una disponibilità a-priori. Significa, in tal caso, che non si è inclini a salvaguardare l'interazione dalle intrusioni del mondo esterno; che non si opta per una completa esclusività della relazione in corso. Personalmente, se posso scelgo un tale setting - termine col quale in psicoanalisi si designa la cornice ottimale per lo svolgimento di una terapia - sulla base del desiderio di una massima reciprocità di attenzione. Quando parlo con qualcuno, squilla il  suo cellulare, e quel qualcuno risponde alla chiamata, avverto un'intrusione che genera una discontinuità nella comunicazione tra lui/lei e me. L'esperienza mi ha molte volte suggerito che tale intrusione non è quasi mai irrilevante, comunque. Se si fa attenzione alle circostanze in cui accade, alla relazione terapeutica in quel momento, si finisce spesso con l'avvertire come una risonanza, un rimando di senso caratteristico di quei fenomeni che C. G. Jung definiva sincronicistici. La situazione psicoterapeutica, ovviamente, offre una cornice elettiva in cui fare esperienza di ciò. Ma non è qualcosa di esclusivo di essa. Una cosa alla volta significa privilegiare una modalità di rapporto col mondo che consenta una più piena valorizzazione di tutto quanto caratterizza l'esperienza. Se non c'è un minimo di cornice tutto e niente, al contempo, parlano. Possiamo quanto meno immaginare un’attenzione completa, rivolta a tutto quel che accade in certi frangenti. Da un tale vertice la cornice di una terapia appare come un piccolo ritaglio di mondo, di quel più vasto, sconfinato “setting” che allestisce la vita stessa nella sua quotidianità. Credo che un individuo genuinamente interessato, appassionato alla conoscenza, non possa restare indifferente a tutto questo. Restringere il campo dell'attenzione (analisi) è allora, semplicemente, una modalità di valorizzazione della relazione a cui raramente siamo abituati. L'analisi non esclude tuttavia la sintesi, così come il singolare non esclude il collettivo. Una propensione al restringimento del campo dell'attenzione promuove però un ascolto più intimo non solo dell'altro col quale si è in relazione in quel momento, ma anche di tutte quelle “interferenze” che talvolta si manifestano. Esse stanno a ricordarci che esiste un mondo che si estende al di là di me e di te che ha connessioni significative con quel che sta accadendo proprio qui, ora, e che sembra concernere apparentemente soltanto me e te. Questo mondo - che talvolta resta sullo sfondo, talvolta s'intromette tra me e te - configura l’altro quale terzo escluso. L'orientamento “esclusivo” appare pertanto espressione del desiderio di stabilire una modalità simbiotica di rapporto: Soli, tu ed io. Tale "matrice" - a mio parere - offre la condizione ottimale per l'approfondimento conoscitivo, almeno fino a un certo punto. Il campo relazionale dovrebbe restare tale almeno finché non si inizia ad apprezzare il senso delle interferenze, delle “intrusioni” del terzo. Ad esse si è sollecitati a rispondere sempre, comunque - consciamente o inconsciamente. Tuttavia è evidente la differenza tra le due situazioni. Quel che appare come mero "disturbo" se non colto nella sua rilevanza significativa, non é più tale quando se ne intuiscano pur vagamente i nessi immaginativi con la relazione in corso. Un figlio non voluto può apparire come “disturbo”, all'interno di una coppia. Un disturbo che sovente si alimenta della sostanziale incomprensione che sussiste in ambedue i genitori circa la natura della loro relazione e delle connessioni che essa intrattiene col terzo in quanto resto del mondo.

Pubblicità e Psicoterapia

Ci sono almeno due differenti modi di sorridere. C'è quello studiato, finto, posticcio - come quello che talvolta si ostenta davanti all'occhio di una fotocamera, considerato più appropriato alle situazioni pubbliche. C'è il sorriso spontaneo e inatteso, quello che spunta sul volto quando ve lo inducono improvvisamente un gesto, una parola, uno sguardo. Un sorriso che allora - come si dice in casi del genere - sgorga direttamente dal cuore. Non è solo una differenza superficiale ed esteriore. Si tratta di due mondi tra loro ben distinti. Chi si pensa - nel primo caso – stia osservando dall'altra parte e perché quel sorriso studiato, volutamente stampato sul viso? Chi si potrebbe offendere o infastidire se al suo posto, magari, figurasse un'espressione meno giuliva, magari un po’ attonita o addirittura velatamente triste, ma più spontanea, più vera? Si dirà che quello è il sorriso che in certe circostanze "non può mancare" - certo, sì ma... agli occhi di chi? Forse di una madre preoccupata di essere una buona madre e perciò in cerca di conferme nello sguardo sorridente e felice del figlio? Chi vorrebbe o dovrebbe proteggere quel finto sorriso? Quali sono i sogni e i bisogni di chi lo sciorina agli occhi di chi lo osserva? Che senso - se c'è un senso - veicola un tale sorriso?

Entro in banca. Sono in fila, in attesa che si liberi uno sportello. Mi cade l'occhio su di una locandina appesa ad una colonnina che è lì, nei pressi. Raffigura un gruppo di alunni delle scuole inferiori giulivi e sorridenti sopra i quali campeggia una scritta di questo tenore:

                   La banca entra nelle scuole per insegnare cos'è l'economia

Insorgono delle domande. A chi è destinato il sorriso di quei bambini? Cosa vuole esprimere? Letizia per quale buona novella? E' naturalmente un sorriso finto e posticcio, come lo è sempre quello delle immagini prodotte a bella posta per suscitare nello spettatore un'impressione positiva. Chi e come dovrebbe e vorrebbe impressionare tale sorriso, nelle intenzioni di coloro che l'hanno così voluto, “organizzato” e inserito in quel quadretto? Il primo dei due mondi cui si accennava prima è promosso e sostenuto da quel tipo di sorriso. Un sorriso che insegna che l'ipocrisia e la compiacenza sono raccomandabili, che occorrono agli occhi dell'altro (in tal caso il cliente che osserva) che per noi conta (quanto conta, del resto, l'economia nelle nostre vite!) ed è come se dicesse: "bambini sorridete! poiché (anche grazie a questo) farete tanta, tanta strada nella vita"

La psicoterapia non può stare dalla parte di questo mondo, se davvero vuol esser considerata per quel che dovrebbe essere in base a quello che in suo nome afferma di essere - ovvero la cura dell'anima*. Perché l'anima non si cura coi sorrisi posticci. Poiché l'anima è essenzialmente relazione - rapporto - e non c'è rapporto laddove vi siano compiacenza e ipocrisia. Eppure oggigiorno vediamo campeggiare dappertutto immagini simili, anche nel campo della psicoterapia, per com'essa ovunque si raffigura e si pubblicizza. Psicoterapeuti sorridenti, rassicuranti, benevoli e ostentatamente amichevoli, dallo sguardo accattivante, simpatico e bonario. La pubblicità detta canoni e forme di espressione che mal si conciliano con il compito ed il mestiere dello psicoterapeuta. Egli tuttavia dev'esserci, deve presentarsi, deve comparire - ovviamente - anche sui media, altrimenti rimarrebbe invisibile, di fatto inesistente. Tuttavia, dovrebbe farlo senza mai tradire la vocazione della sua professione e della sua materia di studio, che è la cura dell'anima. Una cura indistinguibile dall'autenticità nelle relazioni e dall'amore per la verità.

-----------------

* Si rimanda qui all’articolo inserito nella categoria “Immagini e Parole” dal titolo : "che cos'è la psicoterapia"

Trascrizione I parte (Milano, marzo 2016)

INTRODUZIONE

Jim Newman – Quindi, ora … qui… discuteremo di non dualità. La non dualità è un paradosso … non sarà detta effettivamente, ma le parole possono puntare ad essa. E ciò che indicano le parole è … questo. Questo, sorprendentemente, è perfetto. E’ completo, è il paradiso … (ripete ‘paradiso’ in italiano, riecheggiando il traduttore, ed inizia a ridere ...) Questo non viene riconosciuto … perché all’interno di questo … sorge un senso di separazione, un centro … che spesso viene chiamato io. E quando sorge l’io, in questo, questo appare essere qualcos’altro rispetto a ciò che è … sembra essere una storia, sembra essere la mia storia. La mia storia è una storia del giusto e dello sbagliato, di cose belle e cose brutte … è la storia di far funzionare la mia vita, di farla andare per il verso giusto … e sento di dover far funzionare la mia storia perché c’è questa sensazione di scontentezza, di essere disconnesso dal tutto… quello che la non dualità dice è che questo è un’illusione. La separazione per la verità è una incomprensione psicosomatica … E’ un’incomprensione il fatto che c’è un soggetto all’interno del corpo che percepisce il resto come un oggetto al di fuori del corpo. E il suggerimento è che quando questa incomprensione svanisce, scompare, quello che rimane è questo … e questo è in qualche modo già conosciuto – conosciuto non è forse la parola giusta – ma è già ovvio … quindi parlando di questo, discutendone, il senso di separazione può allentarsi e svanire, oppure no … …

D – Vivere nella non dualità … significa essere l’osservatore?

R – no … nessuno vive nella non dualità … quello che effettivamente viene detto è che c’è solo la non dualità … l’esperienza del dualismo è un’apparizione, un’apparenza, non è reale … questo è il messaggio … nessuno vive nella non dualità, questa è la non dualità…

D – intendi questo… intendi questo momento, questa forma, quest’apparizione … ?

R – non c’è mai stato nient’altro al di là di questo … è la totalità, è tutto, tutto quello che sta accadendo lì … questo intendo tutto ciò che è … questa è l’incomprensione, che c’è qualcosa al di là di questo …

D – e chi fa esperienza di questo?

R – nessuno … non è un’esperienza… l’esperienza è sempre “soggetto- oggetto” … e il soggetto è completamente irreale … in realtà c’è solo tutto, la totalità … non “qui-lì”, semplicemente ciò che è … semplicemente tutto … che è questo…

D – e le nostre forme fanno parte di questo?

R – sì, tutto fa parte di questo … in verità non c’è una parte, c’è solamente ogni cosa …

D – (posso fare una domanda …?) chi o cosa percepisce in me?

R – nulla, niente … (risate tra i presenti)

D (non tradotta)

R - non puoi trovare questo perché non è mai stato perso … quello che sta accadendo lì (indica con il dito l’interlocutrice) è questo … è questo il punto … è questo

D – ma devo vederlo … devo percepirlo …

R – il voler fare esperienza di questo lo rende ciò che non è … quello è già questo … non c’è niente di nascosto … il problema dell’io è che si sente sbagliato, si sente separato dal tutto, quindi scontento, inappagato … quindi pensa che deve trovare qualcosa che però è nascosto … così che questa cosa lo renderà completo … e questa cosa nasconde la realtà … la realtà che questo è già totale, è già completo…

D – quando dici io c’è qualche differenza con il sé spirituale?

R – non ho alcuna idea di questo … qual è il sé spirituale?

D – per esempio viene detto - no? - che tu hai un ego, però devi cercare di trascenderlo, devi identificarti con il sé superiore …

R – ogni sensazione di lavorare con il sé spirituale, con l’ego, nasce dalla separazione, dal bisogno del sé separato … questo non ha bisogno di niente … non ha bisogno di essere un sé spirituale, un sé egoico … non c’è bisogno di nessun sé …

D – è pertinente dire “lascia andare”?

R – lo sarebbe se qualcuno potesse farlo … l’unico che vorrebbe che accadesse non può farlo …

D – ma il riconoscimento accade?

R – sì … e no …

D – cosa annebbia il riconoscimento, se c’è qualcosa che lo annebbia, che lo nasconde …?

R – ciò che nasconde il realizzare questo come la totalità, come ogni cosa, è la ricerca … per l’io separato questo non è abbastanza, si sente incompleto … quindi cerca ciò che pensa sia mancante … e ciò nasconde la realtà, il fatto che è questo … non solo nel senso che questo è il ‘paradiso’ … ma è questo nel senso che è tutto ciò che c’è …

D – per qualcuno non è abbastanza, forse …! (ride)

R – no…

D – se la non dualità non può essere conosciuta in nessun modo, come puoi reclamarla come esistente? … deve esserci un riconoscimento …

R – sì, c’è un riconoscimento che non c’è … ma non c’è il sapere che c’è solo uno … questo messaggio non è logico, e non vuole esserlo …

D – è meglio?

R – no …

D – la tua vita è migliore da quando hai riconosciuto che non sei una persona?

R – solo l’io vive in un mondo di giusto e sbagliato, di meglio e peggio … ed è quello,quello che lo mantiene nella ricerca … la sua vita è molto semplice … cercare di evitare il dolore e continuare le esperienze piacevoli … e crede che può trovare la felicità ripetendo il piacere più spesso che può … è questo che tu chiedi… è quello, che cerco? … no… è la fine del bisogno che questo sia in qualche modo particolare, di cambiarlo in qualunque modo … e non è meglio, è semplicemente ciò che è …

D – c’è un bisogno di comunicare questo?

R – nessuno lo comunica

D – ma la comunicazione accade …

R – sì, come ogni altra cosa …

D – mi viene da chiedere se c’è un collegamento tra … il fatto di condividere questo messaggio e la realizzazione … anche perché molte persone che hanno realizzato questo … dicono che … c’è come il bisogno di comunicarlo, perché le persone sono state guidate male da … da una falsa verità, e bisogna riportarle - insomma - nella … a quello che è la totalità …

R – non c’è una verità … una verità è una storia … quando viene riconosciuto che non c’è nessuno, nello stesso tempo viene riconosciuto che non c’è mai stato un qualcuno … il che rende ovvio il fatto che nessuno ha mai fatto una scelta… quindi nessuno ha mai scelto di parlare della non dualità … … ci sono altre domande?

D – quello che tu dici ha molto senso per me … mi chiedo se non è ancora un’altra illusione per il me … perché tu dici che l’io cerca di evitare il dolore e cercare il piacere … e questo tuo messaggio in un certo senso lo aiuta in questo, perché gli toglie tutto un senso di pesantezza … non devo preoccuparmi di niente … è tutto perfetto …

R – provaci! prova a vivere nel modo in cui tu hai detto …

D – io lo faccio sempre …

R – allora perché sei qui, se ti riesce? è impossibile, l’io non può farlo … all’io sembra che questo messaggio lo stia illudendo, ma in verità l’io è spaventato da questo messaggio perché se lo ascoltasse veramente morirebbe…

D – infatti … il riconoscimento non è questo - la morte dell’io ?

R – il riconoscimento è che non c’è mai stato un io … non c’è un io … l’io è solo una sensazione nel corpo … non ha alcuna realtà …

D – è un’idea?

R – non è un pensiero né una credenza …

D – tu chiami la non dualità anche il ‘paradiso’, la ‘perfezione’ … sembra qualcosa di positivo … quindi c’è positivo e negativo …

R – in realtà questo non può essere definito, descritto … proprio perché non puoi descrivere com’è quando non c’è un io … perché ogni descrizione sarà solo una parte dell’apparenza … mentre la realtà è così immediata, è la totalità … e c’è un’energia in queste parole che va oltre il bisogno dell’io, del piacere e del dolore … e proprio questo andare oltre tocca qualcosa di profondo …

D – mi viene da ridere perché non so più di che cosa stiamo parlando …

R – è completo ..! (risate)

D – è come se ci fosse una certa difficoltà a lasciarsi andare …

R – è impossibile

D – impossibile cosa?

R – il lasciarti andare

D – allora … la ricerca non funziona… il lasciarsi andare non funziona… (risate)

R – l’io separato è completamente senza speranza … la sua situazione è senza speranza … ovviamente è anche allo stesso tempo terribilmente triste … lo ‘scherzo’ è che niente è andato perso … mentre l’esperienza per l’io separato è che tutto è andato perduto …

D – l’io separato o il senso di separazione?

R – è la stessa cosa … l’io e la separazione sono la stessa cosa

D – dopo il riconoscimento della non dualità c’è qualche argomento che … tipo la fisica quantistica, la struttura della materia … che ti sta interessando?

R – non c’è alcun io … non c’è nessuno lì … quindi che cosa dovrebbe cambiare dopo che… quando è riconosciuto che non c’è mai stato? non c’è assolutamente niente di speciale qui … quello lì (indica l’interlocutore) invece è speciale, perché pensa di sapere qualcosa, di conoscere … e quando viene riconosciuto non c’è alcun sapere … non c’è mai stato … quindi niente cambia, perché è ciò che è ora …

D – ma quel corpo ancora va a dormire, mangiare … e - spero per te - che fa anche l’amore…

R – è esattamente come lì … anche li - in ‘te’ - ora c’è questo spontaneo fluire… questa tua domanda è lo spontaneo fluire del nulla … ma quando sorge questa domanda c’è poi anche il reclamare che è mia, che l’ho fatta io, l’ho decisa io, che riguarda la mia vita …

D – devo confessare che spesso c’è il riconoscimento che quello che accade non sono io a farlo … c’è una sorta di gap tra ciò che accade, tra ciò che dico, faccio e ciò che sono … e questo spesso mi fa sentire triste … ma spesso in questo caso c’è una ricerca … devo ammettere che - appunto - non so perché questo sta uscendo fuori di me, fuori dalla mia bocca … tu quindi stai dicendo che noi siamo come interessati a riscoprire ciò che già siamo, e non c’è nient’altro …

R – no … (prende in mano un bicchiere) vedi … tu pensi di sapere che cos’è questo … di sapere tutto… questo è noioso … quando non c’è più l’io questo viene visto come qualcosa di spettacolare … come qualunque altra cosa … è sempre stato meraviglioso, quindi niente cambia … … anche il senso di separazione e il sapere sono qualcosa di meraviglioso …

D – (ridendo) ti amo ! … è una piccola soddisfazione … (risate)

D – le attività della mente come ad esempio il catalogare, dare nomi … ha a che fare con l’io?

R – no

D – sono disconnessi?

R – i pensieri semplicemente sono pensieri, sono informazioni … stessa cosa con le emozioni e le sensazioni… non hanno una qualche importanza …

D – e cosa … nel momento in cui appaiono queste cose … cosa giudica giusto o sbagliato?

R – l’io … la separazione … la separazione giudica… l’io separato vive in un mondo di giusto e sbagliato, bene e male … fuori dal senso di separazione, della scontentezza, c’è questa storia, la mia storia … e la mia storia ha uno scopo e un significato … è la soluzione al problema della separazione, questo scopo e significato - dal mio punto di vista - … quindi tutto, nella separazione, viene visto come giusto o sbagliato, e tutto viene incasellato secondo … queste (cose) qua, e quindi tutto quello che supporta la mia storia viene considerato giusto, tutto quello che la danneggia viene considerato sbagliato … come se nella mia vita ci sono dei segnali stradali … quando la separazione svanisce, e viene riconosciuto che non c’è mai stata la separazione – perché non c’è separazione – il bisogno di vedere tutto come giusto e sbagliato svanisce …

D – quindi è come … come se - per esempio - guardando un albero esistesse contemporaneamente … l’albero in quanto tale e il non albero … nel senso della forma, del colore, di come è composto … e contemporaneamente il fatto che non è niente di tutto questo …

R – non comprendo …

D – mi sono sempre chiesto come sarebbe guardare un albero senza sapere che è un albero

R - è questo, il problema … questa è la separazione … quando l’io svanisce, non c’è alcun io…

D – scusa… hai detto … quando l’io svanisce … non c’è più un io che da nomi?

R – beh … il cervello può nominare le cose … dare nomi ancora accade … … quello che stiamo indicando è il bisogno dell’io di avere questo come qualcosa che conosce … vive nel mondo del sapere - l’io – perché ha bisogno di sapere …

D – questo… del bisogno del sapere mi è chiaro … ma non mi è chiaro come possa funzionare, questa manifestazione, senza questo bisogno di sapere, di conoscere … e la mia relazione con tutto questo mondo …

R – non c’è alcun bisogno di sapere ora … è solo una sensazione dell’io separato questo senso di voler sapere… il sapere è una sorta di protezione … quindi credi che se sai tutto puoi controllare tutto … il senso di separazione, l’io, sa che morirà … e cerca di conservarsi … il modo in cui lo fa è il sapere … ma non cambia nulla … pensare di sapere ciò che questo è non cambia ciò che è … non è che fa accadere qualcosa e non accadere qualcos’altro … se funzionasse come il senso di separazione pensa che dovrebbe, sarebbe sempre felice allora …

D – io pensavo questa mattina… lavorando … cercavo di inserire quello che diciamo qua all’interno del mio vivere il lavoro… lavorando… è proprio tutta una lotta sul sapere… non sapere… cosa fare… come fare… in quello non riesco a far entrare …

R – questo messaggio non è utile … e non è per nessuno… qui non viene suggerito che tu dovresti smetterla di sapere chi sei … o che dovresti smettere di sapere quello che è un bicchiere o che dovresti vedere tutto come un mistero, come inconoscibile … è solo una descrizione del funzionamento dell’io, è solo questo … e questa funzionalità accade fino a quando non accade più … è proprio come l’io … l’io è fino a che -a un certo punto - non esiste più … e devo dire che quando l’io svanisce, quando c’è che questo riconoscimento che l’io non c’è, viene riconosciuto anche che l’io non c’è mai stato… ho risposto alla tua domanda?

D - … non è stata utile ..! (risate)

D – quindi … l’unica spiegazione plausibile dell’illusione è … permettere il riconoscimento dell’illusione stessa?

R – no… non c’è alcuna ragione per niente… e non c’è alcun bisogno che questo sia riconosciuto…

D – (non tradotto)

R – no, non è un concetto astratto il fatto che questo non ha alcun significato … questa apparizione, proprio ora, è completamente vuota, non c’è niente dietro di essa …

D – ok … e perché appare come piena?

R – non c’è alcun perché …

D – ma questo che tu dici non è un’altra etichetta che tu dai al mistero, a questo inconoscibile …? è solo una curiosità sincera, non sto cercando di sfidarti o … se è innominabile, sconosciuto , senza nome … perché dovremmo dargli un nome?

R – non è un nome… non è chiamato infatti unità … infatti viene chiamato non due … tutte le ‘risposte’ che sono date non sono risposte perché sono inutili … quello che fa è distruggere i concetti … toglie il sottosuolo … … il senso di sé separato pensa che  deve trovare qualcosa … “perché, come” … vive in una realtà soggetto-oggetto … non  c’è alcun soggetto … è solo un’assunzione, un’incomprensione … è uno sforzo che sta proteggendo sé stesso …

D – ma questo anche quando eravamo scimmie … nell’evoluzione c’è sempre questa mancanza di significato …?

R – sì, c’è sempre questa mancanza di significato in tutto… solo l’io ha bisogno di significato … solo la separazione ha bisogno di significato … perché deve trovare una soluzione …

D – al dolore … ?

R – ai suoi problemi … a sé stesso … in verità non c’è alcun problema … il dolore è dolore, non è un problema…

D – e questo non è come regredire allo stato di una pietra … ?

R – no assolutamente … non è regredire alla condizione di una pietra … perché non c’è una condizione …

D - … c’è solo quel che è …?

R – solo quello che è … (ridendo e mimando) “sono una pietra…!”

D – quindi … cos’è che rende questo insegnamento così attraente, sebbene sia così… inutile? (risate)

R – giusto per essere pedante, non è un insegnamento … perché non offre niente, non offre nulla da raggiungere … ma è la cosa più meravigliosa al mondo ascoltare ciò che è … c’è qualcosa nel cervello che registra… c’è qualcosa che dice …“wow!” … sì, assolutamente … …

D – quando accade il riconoscimento …. cade il senso di separazione … l’io continua ad esistere?

R – no …

D – quindi muore ..?

R – muore … ma è anche riconosciuto – intendo letteralmente – che non c’è mai stato, non è accaduto … quindi il riconoscimento non accade … quindi la liberazione non accade … la liberazione è il riconoscimento che non c’è nulla e niente da liberare … l’io separato - l’io - sta sempre aspettando che qualcosa accada … ma niente accade, è questo…

D – e cosa disattiva l’io?

R – poiché non c’è mai stato, non c’è niente da disattivare … questo è un messaggio completamente incredibile … non puoi credere a questo messaggio, perché lì c’è l’esperienza che ci sia qualcuno … “io, io …” - che c’è qualcuno lì dentro – “io so, io faccio …” - ma in verità non c’è alcun io …

D – ma l’apparenza è fatta dall’io? è costituita dall’io?

R – no … l’apparenza è solo un’apparenza … è semplicemente ciò che sembra accadere … questo non ha bisogno di un io …

D – ma per farlo diventare un gesto di danza sì …

R – che cosa intendi?

D – nel senso che … ok, questo è un movimento delle mani, ma … lo stesso movimento fatto da un ballerino ha bisogno di un io …

R – l’io non ha mai fatto niente … non c’è l’io … l’unica realtà dell’io è la sua esperienza … e questa esperienza dell’io è completamente un’illusione …

D – quindi un ballerino non ha bisogno … non avrebbe avuto bisogno … dell’io, del bambino … per diventare …

R – sì esattamente … nessun bisogno … l’io è completamente inutile, completamente inutile (ride)

D – quindi il desiderio di ‘spegnere’ l’io viene dall’io …

R – sì, assolutamente… solo l’io fa esperienza di questo come qualcosa di imperfetto …

D – pertanto la perfezione è … il momento … questo domandare, la risposta che accade …

R – assolutamente sì …

D – e noi non siamo l’osservatore…? che cosa siamo noi … non esistiamo?

R – sì, esattamente

D – quindi la perfezione è toccare, udire - tutto – parlare … è condividere…

R – non c’è niente al di là di questo… è tutto ciò che è …

D – incluso le uccisioni, assassinio di palestinesi … gas …

R – naturalmente … si chiama amore incondizionato … l’io vive in un amore condizionato … questo è “buono” perché è in accordo con quello che riguarda la mia vita, questa cosa è “sbagliata” perché non è in accordo con quello che penso sia giusto riguardo la mia vita… ma l’amore incondizionato è assoluto caos…

D – ma la vita ha un valore in sé stessa?

R – niente ha valore … oppure possiamo dire che tutto ha valore … non ha importanza … niente è separato

D – quindi … se io ti aggredisco … la tua reazione sarebbe di difenderti … da dove viene il concetto di proteggersi …

R – dallo stesso posto da cui viene questa domanda … nulla, dal nulla … è ciò da cui tutto viene … non è che il nulla si trasforma in qualcosa … questo, la totalità, ogni cosa che sta accadendo è il nulla che accade…ma non puoi capirlo … “non comprendere ..! “ (lo dice in italiano, seguono risate) …

… grazie per essere stati qui

Oggi l’Io è una mente che ha esaurito tutte le risorse. L’unica strada è che l’Io si apra alla possibilità della grazia e di un rinnovamento che potrebbe allora aver luogo in sua assenza. In assenza dell’Io, nel suo vuoto, il flusso immaginale potrà scorrere liberamente 

(J. Hillman 1967, "Senex e Puer")

La non dualità non è una dottrina psicologica, non è una religione, non è una filosofia. Non è neppure una “visione del mondo”. Non è, inoltre, un sistema di pensiero né una mappa cognitiva che consenta di orientarsi su un qualsiasi territorio – ovvero nell’ambito di qualunque genere di esperienza concretamente vissuta. E’ solo un concetto che vuole additare a qualcosa di inconcepibile, destinato a restare fondamentalmente inesprimibile tramite l’uso del linguaggio.  

Il termine “non dualità” è la traduzione del sanscrito “ad-vaita”, non-due. Sarebbe però fuorviante credere che tratti di qualcosa di misterioso ed esoterico,  che ha a che fare specificamente con l’Oriente ed alcune forme di religiosità o di  concezione psicologica e/o filosofica che abbiano le loro radici in quel terreno. Qualcosa di simile è stato infatti espresso sin da tempi antichi anche in Occidente, e non è pertanto necessario ricondurne la matrice ad un preciso contesto culturale,  etnico-antropologico o geografico. L’intuizione di fondo è che, pur essendo giusto distinguere tra un soggetto e un oggetto all’interno di qualunque processo conoscitivo, la loro radicale separazione è qualcosa di sostanzialmente artificioso e illusorio: che tra osservatore ed osservato sussista un rapporto assai più intimo di quanto possa sembrare.  Questo enunciato collima, peraltro, con quanto indicano la gestalt, la “teoria dei sistemi” e la stessa fisica contemporanea –  quella “meccanica dei quanti” che  ha ormai rinunciato all’idea di una conoscenza obbiettiva, che possa cioè prescindere  dal ruolo e dall’influenza decisiva dell’osservatore e della sua strumentazione ai  fini dell’indagine.  Ma questo non è tutto.  Poiché non solo la distanza spaziale ma anche quella temporale, che caratterizza ogni processo trasformativo, contribuisce ad alimentare un illusorio senso di separatezza. Ne è un valido esempio (fatto dal prof. Bergonzi*, da cui qui lo riprendo) quello dell’ente denominato con la parola rosa, che ieri era un ramo spinoso, oggi è un fiore profumato e domani sarà spazzatura maleodorante.

La questione di fondo è che il linguaggio, nel denotare oggetti in quanto entità circoscritte (onde rendere l’esistente indicabile e opportunamente fruibile) alimenta l’idea illusoria del sussistere di una qualche sostanza:  qualcosa di consistente spazialmente definito ed isolato, nonché stabile e durevole nel tempo.  

Ciò vale, naturalmente, anche per quel che attiene il mondo delle relazioni umane, dei rapporti tra le persone. La non dualità mette in discussione l’esistenza della persona – intesa come un me o un io individuale facente capo ad un corpo fisico – come entità separata da tutto il resto, in quanto non-io e/o mondo esterno.

In merito alla questione, navigando in rete si possono trovare spezzoni di filmati in cui alcuni soggetti “testimoniano” il messaggio “non duale” davanti ad un pubblico di cultori/interlocutori affascinati da quel che sembrerebbe essere qualcosa di autenticamente sentito e vissuto, per quanto solo approssimativamente descrivibile mediante il linguaggio della parola. Costoro affermano di non percepire (più**) di avere un io né un’identità ben definita, essendo ormai solo semplice presenza, testimonianza incondizionata di una vitalità naturale, irriflessa, dell’esistenza - un’esistenza per lo più indicata sinteticamente con la locuzione inglese what is, che si può tradurre in italiano come ciò che è. Pertanto non si considerano più – almeno è quanto affermano – individui, essendo il senso dell’individualità – la sensazione di essere un io/corpo o un me separato da tutto il resto - del tutto scomparso, almeno da un certo momento della loro vita, per fare posto a … nulla e a nessuno - ovvero alla vita stessa (naturalmente questo è solo un modo indicativo di riferirsi a qualcosa di indescrivibile).

La fine del senso di separatezza/dualità (la sparizione di una coscienza intrapsichica, riflessiva) implicherebbe anche che non ci sia più qualcuno né alcuna dialettica dei  “punti di vista” (che presupporrebbe il persistere della distinzione tra soggetto-oggetto all’interno  di qualunque processo conoscitivo), permanendo soltanto un semplice e ubiquitario essere/esperire totalmente impersonale.  L’affermazione - tutt’altro che tacita – comune a costoro è che l’accadere della vita sia essenzialmente sogno, apparenza, illusione, irrealtà: asserzione assimilabile a quella di gran parte delle religioni e delle filosofie Orientali – anzitutto il buddhismo, con la sua maya o “illusione cosmica” – ma anche, in Occidente (in un senso però più poetico che letterale) al pensiero di autori come W. Shakespeare e Calderon de la Barca per i quali “… la vita è sogno”, giungendo – ai nostri giorni – a quanto sostiene buona parte della scienza moderna, specificamente la succitata fisica quantistica, che mette in discussione l’effettiva esistenza della "materia". Le vicende degli uomini sarebbero soltanto storie - effimere “tessiture della maya” che non toccano in alcun modo la verità dell’essere, con la sua irriducibile, gratuita,  inestinguibile libertà e vitalità naturale.

Tutto è uno e tutto sorge - semplicemente ed estemporaneamente - senza che vi sia alcun senso, alcun processo, alcuna meta, alcuna direzionalità, né alcuno scopo.

Il “messaggio” non dualistico appare di una semplicità disarmante, tanto da risultare – è quanto viene sovente affermato – inafferrabile proprio a causa di tale semplicità. E d’altra parte chi potrebbe afferrarlo se, in realtà, non c’è nessuno? Naturalmente non c’è neppure alcun libero arbitrio. Inoltre tutto è - al contempo - reale e irreale. Tuttavia si parla sovente di Amore. Amore assoluto e incondizionato. Tutto è Amore, e qualunque “cosa” – dall’apparenza di quell’oggetto davanti ai miei occhi denominato ‘tavolo’, alla luce delle stelle disseminate nel cosmo - costituirebbe un invito a tale riconoscimento. A tornare a casa.

Una “casa” da cui peraltro nessuno si sarebbe mai davvero allontanato. A quel Paradiso che non sarebbe affatto altrove - in linea con quanto avrebbe affermato anche il Cristo dei Vangeli, al quale si attribuiscono le parole:

                                 “ Il regno di dio è già in mezzo a voi

(Lc. 17,21)

Inoltre non sussisterebbe – inteso in assoluto - alcun rapporto causale, nessuna conseguenzialità che connetta in qualche modo le cose e gli accadimenti tra loro. Che si tratti di sentimenti, di stati d’animo, di oggetti o di quant’altro … poco importa distinguere, in merito. Anche perché non c’è alcuna separatezza tra il mio corpo e la sedia su cui siedo. Così come non c’è  tra l’istante presente e il successivo. Anzi: non c’è neppure un istante successivo, poiché c’è soltanto questo. Ciò che è. Che è tutto e nulla, nonché – e al contempo - reale e irreale, assoluto e relativo.

Il messaggio non dualistico non avrebbe esso stesso alcuno scopo, naturalmente. Sarebbe pura condivisione: l’annuncio (la nuova “buona novella”?) di un’evidenza tacita, senza che venga effettivamente con-diviso nulla, poiché non sussisterebbe alcuna sostanziale distanza, nessuna separatezza, tra “me” e “te”.

Quello della non dualità - che come è stato già rilevato sarebbe la traduzione letterale del termine sanscrito a-dvaita, ovvero non-due - si pone come un “punto di vista” (sic!) sconcertante per il pensiero ordinario ma al contempo denso di feconde implicazioni. Adottandolo si “risolverebbero” tutti i “problemi” che crediamo di avere poiché - in realtà – di “problemi” non ne “abbiamo” proprio nessuno. Meglio ancora: non c’è nessuno che possa averne, essendo tutto - proprio tutto - 

                 “… soltanto il gioco dell’Uno che fa finta di essere Due

ovvero

           “ … nient’altro che uno scherzo divino e gloriosamente inutile

(T. Parsons)

Sebbene quanto sin qui delineato pur sommariamente costituisca forse il denominatore comune di qualsiasi approccio non duale, nei circuiti dell’ad-vaita contemporaneo si riscontrano delle posizioni piuttosto articolate e diversificate, tra coloro che possono esserne considerati i rappresentanti di maggiore rilievo. Per esempio, ad autori come Rupert Spira*** che contemplano l'esistenza di una coscienza/consapevolezza priva di oggetto (definita talvolta come “presenza mentale” o “io sono”) intesa come dato esperienziale irriducibile e originario, si contrappongono altri come T. Parsons e J. Newman**** per i quali persino il ruolo giocato da essa risulterebbe essere del tutto artificioso e illusorio.           

Concludo col ribadire l’assunto di base del messaggio “non dualistico”: ovvero che le parole, in merito, possono solo “puntare” verso qualcosa d’inesprimibile – ad un quid troppo immanente, immediato, per poter essere adeguatamente espresso da qualunque genere di descrizione verbale. Questo accomuna parecchio qualunque discorso concernente la non dualità agli enunciati riguardanti tanto l’esperienza estetica quanto quella mistica (dal greco "mystikòs" = misterioso; "myein" = chiudere, tacere), poiché entrambi additanti qualcosa che è destinato a rimanere sempre e sostanzialmente indicibile.

Note

*Docente di Religioni e Filosofie dell'India all'Università «L'Orientale» di Napoli;  socio e analista del Centro Italiano di Psicologia Analitica. A partire dagli anni '70 Mauro Bergonzi si è dedicato all’approfondimento dei percorsi meditativi di varie tradizioni orientali quali buddhismo, vedanta, taoismo. Si veda, tra le altre, la breve videointervista pubblicata il 30 set 2016 in www.spaziolanimale.com (https://youtu.be/ZwGHCISiTaU)

**  "l’ultimo pezzetto, quando sentii per la prima volta parlare di non dualità… fu solo un riconoscimento retrospettivo che c’era una fine assoluta di tutte le esperienze, un niente assoluto, il nulla… ma certamente un tutto che è nulla e un nulla che è tutto. Era tutto quello che era. Non c’era riconoscimento di ciò che era, fu solo un grosso accadimento energetico. E poi - in seguito - ci fu un crollo, o dei glimpses, come degli aspetti di ciò che è o ciò che era stato coperto dal cercare ciò che è. E alla fine, certamente, non c’è un processo… perché alla fine - siccome questo non sta accadendo, ma sembra solo che stia accadendo - l’intero processo che porterà al fatto che niente stia accadendo è un’idea ridicola - che qualcosa può condurre al nulla. Quindi alla fine è riconosciuto che non c’è un processo, perché niente è mai in realtà davvero accaduto. Era solo un sogno, dal quale nessuno si sveglia, perché il sogno è il sognatore che sogna il proprio sogno" (tratto da un’intervista a J. Newman sulla natura del sé rilasciata a Vienna nel 2018, https://youtu.be/POytnSH0aUs)  

*** Tra i libri di quest’insegnante e praticante di origini britanniche di non dualità si suggerisce la lettura del volume edito nel 2018 da Astrolabio Ubaldini  col titolo: ”La natura della coscienza. Saggi sull'unità di mente e materia”

****Di questi due “messaggeri” (o speakers) di non dualità sono rinvenibili in rete parecchie interviste e videofilmati, dei quali diversi sottotitolati e/o simultaneamente tradotti dal  vivo in italiano. Tra questi ultimi si raccomanda la visione di almeno uno della serie di incontri tenuti da Jim Newman nel 2016 a Milano (https://youtu.be/yQrp9qmWgnQ). In questo stesso sito è presente la trascrizione della prima parte di quest'ultimo incontro.

Se esistesse un sentiero su cui poter segnare le tappe della mia esperienza contemplativa questo sarebbe il sentiero sempre più vasto e profondo del silenzio

(Bernadette Roberts)

                                                           

    

                    I

Non è facile dire qualcosa a proposito di questo libricino. Forse è più semplice descriverlo per quello che non contiene, che per quel che  contiene. Non è un diario spirituale. Non è un saggio sulla mistica. Non è un’autobiografia, né un frammento autobiografico. Non è certo un trattatello filosofico, né di psicologia fenomenologica. Eppure - nello stesso tempo - è ognuna di queste cose. Scritto con una prosa limpida, diretta, totalmente privo di ambizione letteraria, questo documento ha un valore inestimabile per chiunque sia interessato a comprendere la natura dell’esperienza di essere umani - di creature “senzienti” che non si limitano ad esistere, come fanno gli animali e le piante, ma che piuttosto insistono nel cercare di trovare un senso, un significato per cui “valga la pena” che la vita sia vissuta. L’autrice è un esemplare paradigmatico di cercatore, in tal senso. Di qualcuno che vuole sapere, che vuole scoprire, che vuole penetrare fin nei più intimi recessi dell’esistenza consapevole. Che aborre ogni forma di “automatismo” cognitivo-comportamentale,  ed è affamato di riscoprire sempre daccapo il valore dell’agire, del perseguimento di uno scopo, di un qualunque sforzo che non abbia alcuna intima necessità d’essere al di là dell’essenziale.  Prendendo le mosse da simili premesse la ricerca non può che approdare, infine, ad un punto d’arrivo che è anche – come mostra pagina dopo pagina la testimonianza di Bernadette Roberts – il suo punto d’origine. Ovvero al silenzio: l’impossibilità di dare voce a quell’amore che tutto accoglie e per il quale non possono esserci pensieri né tantomeno parole adeguate. Resta – forse - il declamare versi del poeta, come ultima possibilità di espressione ciarliera. Ma la Roberts è troppo ‘scientifica’ per accontentarsi di questo; è troppo audacemente ‘sperimentale’ per accettare di limitarsi tanto. Lei voleva “guardare in faccia” Dio e Lui - infine - l’ha accontentata. I suoi primi silenzi, calati tra le mura di un monastero che sorgeva nei pressi del mare, hanno delicatamente bussato alla porta del Padrone di Casa: ancora troppo timidi, per essere uditi da Egli stesso ben al di là della soglia, benché abbastanza insistenti per richiamare quanto meno l’attenzione della Sua Servitù.
Fino a quel punto, tuttavia, in tanti ci sono arrivati e ci arrivano: basta dare un’occhiata, per esempio, ad alcuni dei “casi clinici” descritti esemplarmente da R. D. Laing sul finire degli anni ’60 del secolo scorso nel suo libro “L’io diviso”, laddove si parla dell’angoscia di essere “risucchiati” che si manifesta nell’esperienza prepsicotica di alcune personalità ”schizoidi”. La Roberts scopre, sin da quelle prime avvisaglie, che si può agire senza alcun pensiero, e ne resta affascinata. Ma si intende, sin dalle prime pagine della narrazione, che ella già da un pezzo bramava ardentemente di “togliersi il pensiero” e, sebbene all’inizio ancora le riuscisse di strapparsi all’incanto, dovette presto rassegnarsi a constatare che “qualche pezzetto” - o se si preferisce noi diremo “una parte di sé ”- non sarebbe mai tornata indietro, da quel silenzio. Come accadde alla leggiadra Persefone quando venne rapita dall’astuto Ade, anche l’anima della nostra eroina s’è nutrita di un frutto troppo dolce per non desiderare di tornare al più presto laddove esso fu colto. La gioia che succedette a quel primo incontro con l’amato minacciò di straripare oltre gli argini, al punto ch’ella si chiese quanto tempo ancora essi avrebbero potuto reggere: una domanda che per inciso ci fa intendere che c’era ancora uno spettatore che osservava lo svolgersi della scena da una debita distanza di sicurezza. Ma Bernadette è troppo temeraria e innamorata per consentire a qualcuno di “restarsene a guardare”: “Dove finisco io e dove comincia Dio” -  è la domanda che l’ha sempre assillata. 

                                                                  II            

La ricerca dell’assoluto è rovinosamente corrosiva per il cercatore stesso; nella migliore delle ipotesi è un’inconfessata vocazione al suicidio. Oltrepassata una certa soglia di silenzio ci si inoltra in un vuoto che non contempla alcun Dio personale, né alcun Sé di uguale natura.  E’ quanto illustra il lucido resoconto di questa ex suora Carmelitana, che presto si trova a dover riconoscere che da un certo momento la sua “vita interiore” o “spirituale” era finita. A quel punto neppure i bramati paralleli con la Notte Oscura dell’Anima di cui narrano gli  scritti del (da lei) beneamato Giovanni della Croce poterono offrirle alcun conforto. Ella non sentiva più la vita. Intanto però - passo dopo passo, pagina dopo pagina - il lettore attento di Bernadette si trova a beneficiare di un tesoro inatteso, sparso qua e là, tra  le macerie ancora fumanti di un sé in frantumi. “Sapevo per esperienza che non serve pensare, per risolvere i problemi della vita” – ecco, una delle tante pepite d’oro che l’autrice sciorina con noncuranza dinanzi al nostro sguardo attonito. O ancora: “Non è Dio, ovvero la vita, a essere nelle cose. E’ esattamente l’opposto: le cose, ogni cosa, sono in Dio”. Ciò è quanto avrebbe affermato anche un altro inguaribile cercatore  come C.G. Jung, senonché lo psichiatra svizzero alla parola Dio preferiva – forse per una sorta di fatale “deformazione professionale”? – quella di Psiche. L’insegnamento Advaita (“non dualità”, in sanscrito) sin dall’antichità mette in guardia dall’illusione che qualcuno possa conseguire l’illuminazione spirituale - o Liberazione - attraverso la ricerca. Non perché essa richieda troppo sforzo ma, semplicemente, perché nessuno può raggiungerla. Forse anche per questo, di recente si possono osservare in parecchi filmati diffusi in rete alcuni individui che vanno in giro per il mondo dicendo di essere diventati nessuno**. Bernadette non ha mai fatto qualcosa di tanto spettacolare ed eclatante, ma la sua testimonianza scritta certo non è meno convincente della loro. Soprattutto perché si avverte la lotta drammatica di un’anima che vuole e non vuole soccombere all’avversario.  Il vento del conflitto, spirando gelido tra le pagine del suo resoconto, rende la narrazione della Roberts infinitamente più avvincente, persuasiva e verace di tanti satsang o “raduni” lautamente prezzolati i cui filmati circolano oggigiorno “online”. L’ironia serpeggia dappertutto nel testo scritto, ma non sconfina mai nella comicità o nel sarcasmo. Raggiunge l’apice quando l’autrice stessa figura colta di sorpresa da quello ch’ella indica come un’ineffabile, ubiquitario e pervasivo Sorriso.  Un “Sorriso” riguardo al quale è evidentemente insensato chiedersi di chi sia o a chi sia rivolto, essendo infine rivelatasi irrilevante - ai suoi occhi - la questione del confine, del limite tra l’umano e il divino. “Dio è tutto ciò che esiste. Tutto, naturalmente, tranne il sé” - afferma perentoriamente Bernadette.

                                                                   III

Le fasi critiche nell’esperienza contemplativa di Bernadette si succedono con ritmo irregolare, imprevedibile, ed un barlume di comprensione è attinto dalla protagonista quasi sempre a posteriori - a “cose fatte”, più spesso disfatte. La “morte del sé ”, ovvero la quieta benché al contempo drammatica scoperta di non avere un “mondo interiore” fatto di sentimenti, stati d’animo, timori, pensieri e aspettative personali - concernenti pertanto una propria vita - è sopraggiunta abbastanza presto. In seguito ad essa sono mutate tante cose, per Bernadette, anche al livello della pura e semplice percezione visiva. Le diventerà impossibile, ad esempio, “mettere a fuoco” le singole cose su cui cerca di soffermarsi lo sguardo, prendendo gradualmente piede una percezione vieppiù globale, totalizzante, di un mondo che evidentemente non ruota - come sembrava che facesse prima - intorno ad un “centro” divenuto ormai assente. Non le sembrerà più neppure di vedere dalla testa, ma da un punto esterno, posto al di sopra della sua sommità. Naturalmente anche la percezione del proprio corpo smarrirà la consueta familiarità. Le sensazioni della fatica, della fame, così come dei bisogni più elementari, tendono a perdere di intensità e di tono, pur non scomparendo del tutto. L’autrice paragona la sua nuova situazione a quella di qualcuno che debba occuparsi di curare e nutrire una pianta, dunque un organismo vivente del tutto esterno al proprio, che non è capace di comunicare quel che in ogni momento le occorre per vivere. Per cui le è necessario affidarsi, almeno in parte, al “buon senso” nonché ad un certo grado d’immaginazione empatica, che le consenta d’intuire quello che va o non va fatto per un’adeguata cura della propria persona fisica. La sua può apparire, a questo punto, una condizione penosa – almeno se osservata da "qualcuno" - ma Bernadette non si compiange mai, non avendo più neppure la forza per indulgere a farlo. Reagisce piuttosto tuffandosi nella vita, in una vita che avverte scorrere dappertutto, meno che dentro di sé. Cerca allora di confondersi col mondo, coi suoi rumori, col suo vocio indistinto, che evoca qualcosa di nostalgico forse proprio in quanto  irrimediabilmente perduto. La relativa tregua che scaturisce da questo spostamento dell’attenzione non risulterà tuttavia duratura. Un silenzio onnipervasivo incombe dappertutto, minacciando di estinguere ogni percezione di vitalità non soltanto “dentro” ma anche ”fuori” di lei.  Probabilmente provvidenziale, per impedire il tracollo di un equilibrio critico, costantemente minacciato, è stato per la Roberts il compito ineludibile di doversi confrontare anche nelle fasi più tempestose del “viaggio” (come quel che definisce il Grande Passaggio) con le necessità dell’ambiente umano circostante, in particolare dei suoi quattro figli, ancora relativamente dipendenti dall’accudimento quotidiano della loro madre. L’esperienza di Bernadette Roberts infrange così anche quell’immagine tradizionale e un po' stilizzata che vuole una “chiamata spirituale”, con tutte le sue svariate implicazioni esistenziali, qualcosa di avulso dalla dimensione di vita ordinaria della persona, con le sue familiari, immediate impellenze. Lei appare sempre come "una di noi" - un essere umano come tanti - per quanto la sua più profonda e intima domanda indubbiamente non sia così ordinario e comune rinvenire manifestamente tra le persone.

                                                                   IV

Il succedersi di eventi e trasformazioni nell’esperienza e nel vissuto della protagonista sono difficilmente comunicabili tramite la parola, per quanto ella faccia il possibile affinché il lettore possa averne quanto meno un barlume di intuizione, se non proprio d’immaginazione. Così, l’ausilio di adeguate metafore svolge un ruolo imprescindibile, affinché qualcosa di Quello di cui parla Bernadette possa essere comunicato al fruitore del testo scritto. Una delle metafore più suggestive, utilizzata infine dall’autrice per rendere l’idea di cosa abbia implicato per lei pervenire al termine del suo periglioso viaggio, è quella del camminare su un asse d’equilibrio.  In merito a ciò, non credo di essere in grado di formulare il pensiero di Bernadette meglio di quanto riescano a fare le sue stesse parole: “All’inizio si procede lungo l’asse per tentativi ed errori, ma alla fine (…) diventa una seconda natura: o meglio, si comincia a scoprire che fa parte della nostra vera natura ed è il modo in cui dovremo camminare per il resto della nostra vita. Di conseguenza quando, per così dire, sentiamo sotto i piedi la presenza di qualcosa, sappiamo di stare sull’asse, di vivere e agire alla maniera giusta e naturale; quando viceversa sotto i piedi abbiamo vuoto, siamo fuori dall’asse e non c’è più un vero fare. Si può dunque dire che il fare è la manifestazione di qualcosa, o di ciò che è, mentre il non-fare, l’attività investita nel sé, è la manifestazione del nulla in assoluto. (…) Quando l’esistenza priva di sé scompare del tutto, quello che resta è il fare, che è come un asse, una guida e quel qualcosa che coincide con ciò che è."  Prosegue poi dicendo: “Il contenuto del fare, vale a dire ciò che facciamo, è tracciato via via dall’inconoscibile direzione dell’asse, che è stretta e diritta e non tollera giri tortuosi.”  Ma allora ci chiediamo, a questo punto, se vi sia un qualche grado di libertà di cui possa beneficiare la nostra condotta. A tale ormai inderogabile quesito l’autrice risponde col consueto tono perentorio: “Una volta sull’asse noi non siamo più liberi di andare e venire, in quanto è solo il sé che gode di questa libertà. Una condizione priva di scelta non conosce i comuni attributi della libertà; qui c’è soltanto la libertà dal sé, che si scopre non essere affatto libertà. Chi c’è, a essere libero? Chi c’è a scegliere e provare, a porre i traguardi e tracciare il sentiero? Chi era libero ormai è svanito e quello che resta cammina ora sull’asse, al pari di un albero che, privo di pensiero, deve crescere e vegetare secondo una direzione predisposta dalla sua natura, una natura tanto intelligente da restare per sempre totalmente inconoscibile alla mente umana. Così, sapere cosa fare o dove mettere i piedi è un problema che non esiste: quello che si deve sapere semplicemente c’è e quello che non si sa non c’è. In altre parole il ‘che fare’ è strutturato nell’asse stesso, così che il fare è identico al suo contenuto, a ciò che esso fa. Ed ecco che conoscere, vedere, fare sono uno e un solo atto senza alcuna frattura che li divida.” Finalmente, un barlume di luce squarcia la nube oscura che sinora percepivamo aleggiare sulle nostre teste, al punto che il seguito di quanto afferma Bernadette suona persino soave alle nostre orecchie:  “Ciò che un tempo creava la divisione tra il fare e il suo contenuto era il sé con tutte le sue scelte, i valori, i giudizi, le idee e tutto il resto, il sé che non salirà mai sull’asse né potrà mai trovarlo, poiché è bloccato da tutte le sue cosiddette libertà. (…) Su quest’asse ciò che è procede secondo una sicura, irrevocabile, inconoscibile direzione, col risultato che il conoscere e il fare coincidono. (…) Come questo possa accadere non so, ma (…) fa parte integrante della chiarezza di mente che diviene possibile una volta sull’asse: una volta che si diventa tutt’uno con ciò che è.” Tutt’uno con ciò che è. Le parole della Roberts non lasciano spazio ad equivoci.  Alla radice della perentorietà del suo discorso traspare tutta l’autorevolezza che può scaturire soltanto dall’avere visto fino in fondo. Per concludere questo commento, un’ultima considerazione sulla questione del valore e significato dell’illuminazione spirituale.  La Roberts l’ha indicato chiaramente, sebbene non l’abbia del tutto esplicitato: l’illuminazione comporta una perdita e nient’affatto – come a volte si potrebbe credere, in base ai discorsi che capita di ascoltare talvolta persino all’interno degli stessi circuiti dell’advaita contemporaneo – un guadagno.   La perdita del sé.  Desiderare di conseguirla significa voler perdere quelle (pur illusorie) poche “certezze” che crediamo di possedere.  Se tanti sedicenti “maestri spirituali” oggigiorno fossero sufficientemente chiari come lo è stata, anche su questo punto, Bernadette Roberts, sarebbe piuttosto improbabile che si ritrovassero  ad essere seguiti da numerosi - talvolta persino da uno stuolo di – proseliti e cercatori. E’ assai più probabile, invece, che per molti di costoro la ‘ricerca spirituale’ sia piuttosto un tentativo di fuga da ciò che è: una più o meno sottile manovra, o manipolazione psicologica, finalizzata a rafforzare il sé, anziché a perderlo. Mi pare che fu F. Nietzsche, che una volta disse: “ Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro.”

nota biografica

* Bernadette Roberts è nata nel 1931 in California da genitori cattolici osservanti. Entrò nel monastero dei Carmelitani scalzi quando aveva diciassette anni, nel gennaio del 1949. Dopo otto anni e mezzo di vita monastica, lasciò il chiostro ed entrò all'Università dello Utah, dove per tre anni fu studentessa di medicina. Tornata a casa dei suoi genitori a Hollywood, in California, conseguì la laurea in Filosofia presso la “University of Southern California”. Per quattro anni avrebbe insegnato Fisiologia e Algebra presso una scuola superiore d’ispirazione religiosa di Los Angeles, dove incontrò e sposò un collega insegnante, dal quale ebbe quattro figli. Quindi la Roberts aprì una scuola “Montessori” presso Kalispell, nel Montana, nel 1969, dopo aver ottenuto le necessarie credenziali in Inghilterra. Nella sua scuola avrebbe sperimentato metodi di psicologia cognitiva dell’età evolutiva basati sugli studi di Jean Piaget.  Nel 1973 conseguì un master in educazione della prima infanzia presso la “University of Southern California”.  Nel 1976 il marito lasciò lei ed i figli; in seguito ella ottenne l’annullamento del matrimonio.  Negli ultimi quarant'anni frequentò prolungati ritiri presso i monaci camaldolesi sul “Big Sur”, in California. E’ morta nel 2017, nella sua casa nel sud della California, durante il sonno. La Roberts ha raccontato e dettagliatamente descritto la sua vita ed il suo cammino spirituale. Il suo “Autobiography of the Early Years” contiene un resoconto delle prime esperienze familiari e spirituali. Dopo anni di vita contemplativa avrebbe descritto l’evento che definì l'esperienza del non-Sé. In seguito alla pubblicazione del materiale relativo all’argomento la Roberts ha iniziato a ricevere dappertutto inviti affinché ne parlasse più approfonditamente.  Gli ultimi 30 anni di vita li dedicò a tenere ritiri annuali su "L'essenza della mistica cristiana".

**Vedi su questo stesso sito l'articolo "Introduzione alla non dualità"

1

poesie e racconti brevi

Dalla Prefazione del volume

Non sono certo che ci sia un vero e proprio tema a fare da filo conduttore al presente libro.  O meglio, che ve ne sia uno e uno soltanto. Tuttavia la scelta, manifestata attraverso il titolo, di suggerire una tale possibilità di lettura, è scaturita in modo abbastanza naturale, direi privo di significative forzature. “Nulla di cui preoccuparsi” è inoltre l’ultima delle cose scritte, in ordine di tempo.   Così - per esprimerlo con un’azzardata proporzione metaforica - nel rivedere il materiale  confluito nella presente raccolta mi è sembrato che quel “monologo” breve stia a quanto lo precede come l’estuario di un fiume, ormai prossimo a confondere le proprie acque con quelle del mare in cui confluiscono, sta a tutto il suo sinuoso corso precedente. Il tema dell’identità gioca un ruolo centrale più o meno dappertutto, nelle poesie così come nei racconti proposti. Un argomento perennemente nevralgico - non soltanto letterariamente parlando – per quanto al contempo sempre assai elusivo, viscido e poroso. Persino nella descrizione delle vicissitudini di un animale (Diego) , agli occhi dell’osservatore può riverberarsi annosamente, tra il serio ed il faceto, un “problema di identità”: gatto vivo o gatto morto? domestico o selvatico?

Mauro Giuliani (1781-1829) è stato uno dei maggiori chitarristi italiani vissuti tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo. Virtuoso dello strumento, profondo conoscitore della cultura musicale del suo tempo, ha lasciato una copiosa produzione di composizioni per chitarra solista, per più chitarre, nonché tre concerti per chitarra ed orchestra. Altrettanto importante il suo contributo al consolidamento delle basi della didattica moderna. Il nutrito corpus dei suoi "Studi" è tutt’oggi considerato un complesso di esercizi fondamentali per il perfezionamento della tecnica esecutiva dei praticanti dello strumento. La musica di Giuliani è fedele ai canoni del classicismo, ricca di variazioni ed abbellimenti, generalmente lineare nello sviluppo dei temi portanti delle composizioni. Vi si respira un senso di leggerezza e trasparenza per la freschezza con cui si offrono all'ascolto. Giuliani nacque a Bisceglie, nella Puglia, allora annessa al regno di Napoli. All'età di ventisei anni si trasferì all'estero, stabilendo la sua residenza a Vienna, dove avrebbe trascorso parte considerevole della sua vita e dove ebbe modo di venire in contatto con le massime personalità musicali del suo tempo. A Vienna beneficiò della protezione dei regnanti, da cui venne nominato "virtuoso da camera" nonché insignito del titolo onorifico di Cavaliere del Giglio. Fu anche insegnante privato dell'arciduchessa Maria Luisa d'Austria. Benché non si sappia molto circa la sua personalità sembra che fosse vivace di spirito, dal temperamento inquieto e talvolta invischiato in questioni sentimentali che finivano sovente col ripercuotersi non felicemente sulle sue finanze, non meno che sulla sua vena creativa. Nell'ascoltare la sua musica attraverso le interpretazioni che ne hanno dato alcuni dei massimi chitarristi dell'attuale panorama musicale internazionale (tra i quali spiccano il cubano Marco Tamayo, il russo Dimitri Illarionov e lo spagnolo Ricardo Gallen) colpisce la modernità delle composizioni, con la loro capacità di dare espressione plastica a peculiari stati d'animo. Ad aperture talvolta solenni – come quella della Sonata Eroica op. 150 - seguono momenti intimistici ed introspettivi caratterizzati da una vena malinconica cui seguono, talvolta, gioiose impennate. Il non raro ricorso a successioni di 'ottave' ascendenti e discendenti conferisce alle composizioni un sapore sinfonico, mentre l'uso ricorrente di 'acciaccature' ed altri 'abbellimenti' immette un tono scherzoso, se non scanzonato, talvolta persino nei momenti musicali più impegnati.  Quello che però più stupisce in Giuliani è la capacità di strutturare anche nello sviluppo esiguo di uno 'studio' non più lungo di una ventina di misure   una coesione d'insieme di notevole eleganza ed efficacia - penso ad esempio al primo dei suoi 24 studi dall'op. 48, un'opera considerata tutt'oggi di cospicua  rilevanza didattica. La produzione strumentale di Mauro Giuliani è davvero vasta, anche se non tutta l'opera venne edita nel corso della sua non lunga vita - morì prima dei cinquant'anni. Vi confluiscono molteplici generi: dalla Forma Sonata all'intrattenimento di derivazione folclorica e popolare; dall'Ouverture alle Variazioni Concertanti su Temi orchestrali. Assai note, tra queste ultime,   le  “Rossiniane” e le “ Variazioni su un tema di Haendel ” nonché su quella  caratteristica concatenazione di accordi assai diffusa nel sedicesimo secolo e tutt'oggi nota come Follia di Spagna. Nonostante la varietà di forme di espressione, nella musica di Giuliani si coglie un’omogeneità di fondo nelle soluzioni stilistiche e armoniche che ne rendono inconfondibile la paternità musicale. Sensibile tanto al gusto dei cultori più raffinati del genere classico quanto alle esigenze di un'audience più estesa, egli ha interpretato in chiave solistica le più belle 'arie' tradizionali della cultura popolare - soprattutto quelle della scuola napoletana del suo tempo. Da ciò deriva la spiccata "cantabilità" di buona parte della sua opera.

...continua a leggere "Mauro Giuliani, chitarrista italiano dell’800"

Sottoporre ad un’interpretazione qualunque opera d’arte – pittorica, poetica o narrativa poco importa – è un’operazione azzardata se non addirittura del tutto insensata.  Nel momento in cui lo facciamo è l’opera, piuttosto, che sta interpretando noi: rivelando silenziosamente, senza clamore ma con efficacia i pregiudizi e le tacite premesse che orientano l’interprete, rendendo possibile la sua lettura. Ciò resta valido a prescindere dal testo preso in esame: sebbene, specie in campo letterario, vi siano autori la cui scrittura è così elusiva e policentrica che una forzatura interpretativa pur minima risuona qui - più che altrove - come qualcosa di irritante e di puerile. Questo si manifesta in modo paradigmatico nel caso di Franz Kafka: un autore talmente puro da fungere da fedele cartina di tornasole per ogni velleità saggistica. Al discorso kafkiano è difficile aggiungere qualcosa senza sminuirne la potenza, l’incisività espressiva. Solo, forse, un confronto altrettanto doloroso di quanto lo fu per Kafka col silenzio che precede la nascita della parola creativa - con tutto il suo travaglio - potrebbe consentire di aggiungervi, al più, una dignitosa postilla. Sfortunatamente non ho mai incontrato Kafka quale mentore interiore : non ne ho mai avuto né l’onere né l’onore. Tuttavia talvolta lo presagisco, ne avverto il profumo: l’essenza di Kafka è troppo sublime per lasciar traccia di sé in una forma più tangibile. Non si avverte mai nel suo discorso, sebbene l’intera opera ne sia satura, il peso di colui che narra. Kafka tuttavia “non ha peso” non perché davvero non ne avesse ma in quanto non voleva averne: voleva essere un osservatore obbiettivo della vita. Voleva essere giusto. Il suo accanimento nel perseguire la giustizia fece sì ch’egli se ne sentisse perseguitato per tutta la vita. Proliferano, pertanto, figure di giudici e di avvocati in una tormentosa vicenda che è al contempo esistenziale e letteraria, nonché indistinguibilmente interiore ed esteriore. Bucefalo è uno di essi, in un racconto che non supera la ventina di righe e intitolato appunto: “Il nuovo avvocato”.

Bucefalo - per chi lo ignorasse - era il nome del cavallo di Alessandro il Macedone. Nel racconto di Kafka è un avvocato di recente nomina che s’aggira tra le stanze del tribunale. Bucefalo suscita simpatia e comprensione nella classe forense, anche perché i suoi componenti riconoscono che nell’ordinamento sociale di oggigiorno egli deve trovarsi in difficoltà poiché oggi, nessuno può negarlo, non esiste un Alessandro Magno.  Con poche parole Kafka tesse la trama che connette un passato storico ormai leggendario con un prosaico presente, ponendo in essere un’oscillante andirivieni tra differenti piani di realtà: tra immaginazione /memoria storica ed attualità. Bucefalo è così al contempo uomo e animale e - come accade sovente in Kafka – la duplicità nella sua natura lascia fatalmente in sospeso il tema dell’imputabilità,  della responsabilità etica e morale del soggetto. Se ieri era solo un cavallo, per quanto alle dipendenze di colui che è ricordato come uno dei più grandi imperatori di cui si abbia memoria storica, oggi è un essere umano, un avvocato dai fianchi non oppressi dalle reni del cavaliere, che, immerso nei testi di legge alla quieta luce di una lampada, ha ormai abdicato ad antichi sogni di conquista e di gloria. Si direbbe così finalmente ‘risolto’ a favore del primo, il perenne conflitto - non solo kafkiano - tra pensiero e azione: un’azione peraltro inesorabilmente intaccata dall’incertezza circa la giusta direzione da seguire, dalla mancanza di una  guida  – il cui carisma sia paragonabile a quello dei grandi condottieri del passato – che  sia all’altezza degli impossibili compiti posti dalla vita ad una creatura vieppiù interiormente divisa, scissa, quale si presenta Kafka/uomo moderno.   Posseduto in prima persona dal tormentoso senso di colpa che accompagna una tale perdita, lo scrittore praghese fa apparire “poca cosa” la relativa libertà acquisita in cambio, prevalendo un’amara ironia e quel senso di ripiego che qui – come altrove nella sua opera – infine aleggia:

“Perciò è forse miglior partito d’imitare Bucefalo e di sprofondarsi nella lettura dei codici (…) lungi dal clamore della pugna alessandrea …

Kafka non sarebbe Kafka senza un tale lacerante conflitto, che può riverberarsi    nel lettore solo in quanto - in fondo - è il suo stesso conflitto. Infranti gli antichi idoli resta nell’anima dell’uomo un senso di vuoto che nulla sembra essere in grado di colmare. Profeta del suo tempo, lo scrittore ha espresso mirabilmente un tale stato di cose. Voler ricondurre la “questione kafkiana” - come è stato fatto talvolta da certa  critica specialistica "psicoanalitica"- ad una problematica semplicemente personale di rapporto con l’autorità paterna equivale a fraintendere la portata collettiva, universale ed esistenziale che essa sottende. Equivale a tradirne lo spirito.