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Trascrizione I parte (Milano, marzo 2016)

INTRODUZIONE

Jim Newman – Quindi, ora … qui… discuteremo di non dualità. La non dualità è un paradosso … non sarà detta effettivamente, ma le parole possono puntare ad essa. E ciò che indicano le parole è … questo. Questo, sorprendentemente, è perfetto. E’ completo, è il paradiso … (ripete ‘paradiso’ in italiano, riecheggiando il traduttore, ed inizia a ridere ...) Questo non viene riconosciuto … perché all’interno di questo … sorge un senso di separazione, un centro … che spesso viene chiamato io. E quando sorge l’io, in questo, questo appare essere qualcos’altro rispetto a ciò che è … sembra essere una storia, sembra essere la mia storia. La mia storia è una storia del giusto e dello sbagliato, di cose belle e cose brutte … è la storia di far funzionare la mia vita, di farla andare per il verso giusto … e sento di dover far funzionare la mia storia perché c’è questa sensazione di scontentezza, di essere disconnesso dal tutto… quello che la non dualità dice è che questo è un’illusione. La separazione per la verità è una incomprensione psicosomatica … E’ un’incomprensione il fatto che c’è un soggetto all’interno del corpo che percepisce il resto come un oggetto al di fuori del corpo. E il suggerimento è che quando questa incomprensione svanisce, scompare, quello che rimane è questo … e questo è in qualche modo già conosciuto – conosciuto non è forse la parola giusta – ma è già ovvio … quindi parlando di questo, discutendone, il senso di separazione può allentarsi e svanire, oppure no … …

D – Vivere nella non dualità … significa essere l’osservatore?

R – no … nessuno vive nella non dualità … quello che effettivamente viene detto è che c’è solo la non dualità … l’esperienza del dualismo è un’apparizione, un’apparenza, non è reale … questo è il messaggio … nessuno vive nella non dualità, questa è la non dualità…

D – intendi questo… intendi questo momento, questa forma, quest’apparizione … ?

R – non c’è mai stato nient’altro al di là di questo … è la totalità, è tutto, tutto quello che sta accadendo lì … questo intendo tutto ciò che è … questa è l’incomprensione, che c’è qualcosa al di là di questo …

D – e chi fa esperienza di questo?

R – nessuno … non è un’esperienza… l’esperienza è sempre “soggetto- oggetto” … e il soggetto è completamente irreale … in realtà c’è solo tutto, la totalità … non “qui-lì”, semplicemente ciò che è … semplicemente tutto … che è questo…

D – e le nostre forme fanno parte di questo?

R – sì, tutto fa parte di questo … in verità non c’è una parte, c’è solamente ogni cosa …

D – (posso fare una domanda …?) chi o cosa percepisce in me?

R – nulla, niente … (risate tra i presenti)

D (non tradotta)

R - non puoi trovare questo perché non è mai stato perso … quello che sta accadendo lì (indica con il dito l’interlocutrice) è questo … è questo il punto … è questo

D – ma devo vederlo … devo percepirlo …

R – il voler fare esperienza di questo lo rende ciò che non è … quello è già questo … non c’è niente di nascosto … il problema dell’io è che si sente sbagliato, si sente separato dal tutto, quindi scontento, inappagato … quindi pensa che deve trovare qualcosa che però è nascosto … così che questa cosa lo renderà completo … e questa cosa nasconde la realtà … la realtà che questo è già totale, è già completo…

D – quando dici io c’è qualche differenza con il sé spirituale?

R – non ho alcuna idea di questo … qual è il sé spirituale?

D – per esempio viene detto - no? - che tu hai un ego, però devi cercare di trascenderlo, devi identificarti con il sé superiore …

R – ogni sensazione di lavorare con il sé spirituale, con l’ego, nasce dalla separazione, dal bisogno del sé separato … questo non ha bisogno di niente … non ha bisogno di essere un sé spirituale, un sé egoico … non c’è bisogno di nessun sé …

D – è pertinente dire “lascia andare”?

R – lo sarebbe se qualcuno potesse farlo … l’unico che vorrebbe che accadesse non può farlo …

D – ma il riconoscimento accade?

R – sì … e no …

D – cosa annebbia il riconoscimento, se c’è qualcosa che lo annebbia, che lo nasconde …?

R – ciò che nasconde il realizzare questo come la totalità, come ogni cosa, è la ricerca … per l’io separato questo non è abbastanza, si sente incompleto … quindi cerca ciò che pensa sia mancante … e ciò nasconde la realtà, il fatto che è questo … non solo nel senso che questo è il ‘paradiso’ … ma è questo nel senso che è tutto ciò che c’è …

D – per qualcuno non è abbastanza, forse …! (ride)

R – no…

D – se la non dualità non può essere conosciuta in nessun modo, come puoi reclamarla come esistente? … deve esserci un riconoscimento …

R – sì, c’è un riconoscimento che non c’è … ma non c’è il sapere che c’è solo uno … questo messaggio non è logico, e non vuole esserlo …

D – è meglio?

R – no …

D – la tua vita è migliore da quando hai riconosciuto che non sei una persona?

R – solo l’io vive in un mondo di giusto e sbagliato, di meglio e peggio … ed è quello,quello che lo mantiene nella ricerca … la sua vita è molto semplice … cercare di evitare il dolore e continuare le esperienze piacevoli … e crede che può trovare la felicità ripetendo il piacere più spesso che può … è questo che tu chiedi… è quello, che cerco? … no… è la fine del bisogno che questo sia in qualche modo particolare, di cambiarlo in qualunque modo … e non è meglio, è semplicemente ciò che è …

D – c’è un bisogno di comunicare questo?

R – nessuno lo comunica

D – ma la comunicazione accade …

R – sì, come ogni altra cosa …

D – mi viene da chiedere se c’è un collegamento tra … il fatto di condividere questo messaggio e la realizzazione … anche perché molte persone che hanno realizzato questo … dicono che … c’è come il bisogno di comunicarlo, perché le persone sono state guidate male da … da una falsa verità, e bisogna riportarle - insomma - nella … a quello che è la totalità …

R – non c’è una verità … una verità è una storia … quando viene riconosciuto che non c’è nessuno, nello stesso tempo viene riconosciuto che non c’è mai stato un qualcuno … il che rende ovvio il fatto che nessuno ha mai fatto una scelta… quindi nessuno ha mai scelto di parlare della non dualità … … ci sono altre domande?

D – quello che tu dici ha molto senso per me … mi chiedo se non è ancora un’altra illusione per il me … perché tu dici che l’io cerca di evitare il dolore e cercare il piacere … e questo tuo messaggio in un certo senso lo aiuta in questo, perché gli toglie tutto un senso di pesantezza … non devo preoccuparmi di niente … è tutto perfetto …

R – provaci! prova a vivere nel modo in cui tu hai detto …

D – io lo faccio sempre …

R – allora perché sei qui, se ti riesce? è impossibile, l’io non può farlo … all’io sembra che questo messaggio lo stia illudendo, ma in verità l’io è spaventato da questo messaggio perché se lo ascoltasse veramente morirebbe…

D – infatti … il riconoscimento non è questo - la morte dell’io ?

R – il riconoscimento è che non c’è mai stato un io … non c’è un io … l’io è solo una sensazione nel corpo … non ha alcuna realtà …

D – è un’idea?

R – non è un pensiero né una credenza …

D – tu chiami la non dualità anche il ‘paradiso’, la ‘perfezione’ … sembra qualcosa di positivo … quindi c’è positivo e negativo …

R – in realtà questo non può essere definito, descritto … proprio perché non puoi descrivere com’è quando non c’è un io … perché ogni descrizione sarà solo una parte dell’apparenza … mentre la realtà è così immediata, è la totalità … e c’è un’energia in queste parole che va oltre il bisogno dell’io, del piacere e del dolore … e proprio questo andare oltre tocca qualcosa di profondo …

D – mi viene da ridere perché non so più di che cosa stiamo parlando …

R – è completo ..! (risate)

D – è come se ci fosse una certa difficoltà a lasciarsi andare …

R – è impossibile

D – impossibile cosa?

R – il lasciarti andare

D – allora … la ricerca non funziona… il lasciarsi andare non funziona… (risate)

R – l’io separato è completamente senza speranza … la sua situazione è senza speranza … ovviamente è anche allo stesso tempo terribilmente triste … lo ‘scherzo’ è che niente è andato perso … mentre l’esperienza per l’io separato è che tutto è andato perduto …

D – l’io separato o il senso di separazione?

R – è la stessa cosa … l’io e la separazione sono la stessa cosa

D – dopo il riconoscimento della non dualità c’è qualche argomento che … tipo la fisica quantistica, la struttura della materia … che ti sta interessando?

R – non c’è alcun io … non c’è nessuno lì … quindi che cosa dovrebbe cambiare dopo che… quando è riconosciuto che non c’è mai stato? non c’è assolutamente niente di speciale qui … quello lì (indica l’interlocutore) invece è speciale, perché pensa di sapere qualcosa, di conoscere … e quando viene riconosciuto non c’è alcun sapere … non c’è mai stato … quindi niente cambia, perché è ciò che è ora …

D – ma quel corpo ancora va a dormire, mangiare … e - spero per te - che fa anche l’amore…

R – è esattamente come lì … anche li - in ‘te’ - ora c’è questo spontaneo fluire… questa tua domanda è lo spontaneo fluire del nulla … ma quando sorge questa domanda c’è poi anche il reclamare che è mia, che l’ho fatta io, l’ho decisa io, che riguarda la mia vita …

D – devo confessare che spesso c’è il riconoscimento che quello che accade non sono io a farlo … c’è una sorta di gap tra ciò che accade, tra ciò che dico, faccio e ciò che sono … e questo spesso mi fa sentire triste … ma spesso in questo caso c’è una ricerca … devo ammettere che - appunto - non so perché questo sta uscendo fuori di me, fuori dalla mia bocca … tu quindi stai dicendo che noi siamo come interessati a riscoprire ciò che già siamo, e non c’è nient’altro …

R – no … (prende in mano un bicchiere) vedi … tu pensi di sapere che cos’è questo … di sapere tutto… questo è noioso … quando non c’è più l’io questo viene visto come qualcosa di spettacolare … come qualunque altra cosa … è sempre stato meraviglioso, quindi niente cambia … … anche il senso di separazione e il sapere sono qualcosa di meraviglioso …

D – (ridendo) ti amo ! … è una piccola soddisfazione … (risate)

D – le attività della mente come ad esempio il catalogare, dare nomi … ha a che fare con l’io?

R – no

D – sono disconnessi?

R – i pensieri semplicemente sono pensieri, sono informazioni … stessa cosa con le emozioni e le sensazioni… non hanno una qualche importanza …

D – e cosa … nel momento in cui appaiono queste cose … cosa giudica giusto o sbagliato?

R – l’io … la separazione … la separazione giudica… l’io separato vive in un mondo di giusto e sbagliato, bene e male … fuori dal senso di separazione, della scontentezza, c’è questa storia, la mia storia … e la mia storia ha uno scopo e un significato … è la soluzione al problema della separazione, questo scopo e significato - dal mio punto di vista - … quindi tutto, nella separazione, viene visto come giusto o sbagliato, e tutto viene incasellato secondo … queste (cose) qua, e quindi tutto quello che supporta la mia storia viene considerato giusto, tutto quello che la danneggia viene considerato sbagliato … come se nella mia vita ci sono dei segnali stradali … quando la separazione svanisce, e viene riconosciuto che non c’è mai stata la separazione – perché non c’è separazione – il bisogno di vedere tutto come giusto e sbagliato svanisce …

D – quindi è come … come se - per esempio - guardando un albero esistesse contemporaneamente … l’albero in quanto tale e il non albero … nel senso della forma, del colore, di come è composto … e contemporaneamente il fatto che non è niente di tutto questo …

R – non comprendo …

D – mi sono sempre chiesto come sarebbe guardare un albero senza sapere che è un albero

R - è questo, il problema … questa è la separazione … quando l’io svanisce, non c’è alcun io…

D – scusa… hai detto … quando l’io svanisce … non c’è più un io che da nomi?

R – beh … il cervello può nominare le cose … dare nomi ancora accade … … quello che stiamo indicando è il bisogno dell’io di avere questo come qualcosa che conosce … vive nel mondo del sapere - l’io – perché ha bisogno di sapere …

D – questo… del bisogno del sapere mi è chiaro … ma non mi è chiaro come possa funzionare, questa manifestazione, senza questo bisogno di sapere, di conoscere … e la mia relazione con tutto questo mondo …

R – non c’è alcun bisogno di sapere ora … è solo una sensazione dell’io separato questo senso di voler sapere… il sapere è una sorta di protezione … quindi credi che se sai tutto puoi controllare tutto … il senso di separazione, l’io, sa che morirà … e cerca di conservarsi … il modo in cui lo fa è il sapere … ma non cambia nulla … pensare di sapere ciò che questo è non cambia ciò che è … non è che fa accadere qualcosa e non accadere qualcos’altro … se funzionasse come il senso di separazione pensa che dovrebbe, sarebbe sempre felice allora …

D – io pensavo questa mattina… lavorando … cercavo di inserire quello che diciamo qua all’interno del mio vivere il lavoro… lavorando… è proprio tutta una lotta sul sapere… non sapere… cosa fare… come fare… in quello non riesco a far entrare …

R – questo messaggio non è utile … e non è per nessuno… qui non viene suggerito che tu dovresti smetterla di sapere chi sei … o che dovresti smettere di sapere quello che è un bicchiere o che dovresti vedere tutto come un mistero, come inconoscibile … è solo una descrizione del funzionamento dell’io, è solo questo … e questa funzionalità accade fino a quando non accade più … è proprio come l’io … l’io è fino a che -a un certo punto - non esiste più … e devo dire che quando l’io svanisce, quando c’è che questo riconoscimento che l’io non c’è, viene riconosciuto anche che l’io non c’è mai stato… ho risposto alla tua domanda?

D - … non è stata utile ..! (risate)

D – quindi … l’unica spiegazione plausibile dell’illusione è … permettere il riconoscimento dell’illusione stessa?

R – no… non c’è alcuna ragione per niente… e non c’è alcun bisogno che questo sia riconosciuto…

D – (non tradotto)

R – no, non è un concetto astratto il fatto che questo non ha alcun significato … questa apparizione, proprio ora, è completamente vuota, non c’è niente dietro di essa …

D – ok … e perché appare come piena?

R – non c’è alcun perché …

D – ma questo che tu dici non è un’altra etichetta che tu dai al mistero, a questo inconoscibile …? è solo una curiosità sincera, non sto cercando di sfidarti o … se è innominabile, sconosciuto , senza nome … perché dovremmo dargli un nome?

R – non è un nome… non è chiamato infatti unità … infatti viene chiamato non due … tutte le ‘risposte’ che sono date non sono risposte perché sono inutili … quello che fa è distruggere i concetti … toglie il sottosuolo … … il senso di sé separato pensa che  deve trovare qualcosa … “perché, come” … vive in una realtà soggetto-oggetto … non  c’è alcun soggetto … è solo un’assunzione, un’incomprensione … è uno sforzo che sta proteggendo sé stesso …

D – ma questo anche quando eravamo scimmie … nell’evoluzione c’è sempre questa mancanza di significato …?

R – sì, c’è sempre questa mancanza di significato in tutto… solo l’io ha bisogno di significato … solo la separazione ha bisogno di significato … perché deve trovare una soluzione …

D – al dolore … ?

R – ai suoi problemi … a sé stesso … in verità non c’è alcun problema … il dolore è dolore, non è un problema…

D – e questo non è come regredire allo stato di una pietra … ?

R – no assolutamente … non è regredire alla condizione di una pietra … perché non c’è una condizione …

D - … c’è solo quel che è …?

R – solo quello che è … (ridendo e mimando) “sono una pietra…!”

D – quindi … cos’è che rende questo insegnamento così attraente, sebbene sia così… inutile? (risate)

R – giusto per essere pedante, non è un insegnamento … perché non offre niente, non offre nulla da raggiungere … ma è la cosa più meravigliosa al mondo ascoltare ciò che è … c’è qualcosa nel cervello che registra… c’è qualcosa che dice …“wow!” … sì, assolutamente … …

D – quando accade il riconoscimento …. cade il senso di separazione … l’io continua ad esistere?

R – no …

D – quindi muore ..?

R – muore … ma è anche riconosciuto – intendo letteralmente – che non c’è mai stato, non è accaduto … quindi il riconoscimento non accade … quindi la liberazione non accade … la liberazione è il riconoscimento che non c’è nulla e niente da liberare … l’io separato - l’io - sta sempre aspettando che qualcosa accada … ma niente accade, è questo…

D – e cosa disattiva l’io?

R – poiché non c’è mai stato, non c’è niente da disattivare … questo è un messaggio completamente incredibile … non puoi credere a questo messaggio, perché lì c’è l’esperienza che ci sia qualcuno … “io, io …” - che c’è qualcuno lì dentro – “io so, io faccio …” - ma in verità non c’è alcun io …

D – ma l’apparenza è fatta dall’io? è costituita dall’io?

R – no … l’apparenza è solo un’apparenza … è semplicemente ciò che sembra accadere … questo non ha bisogno di un io …

D – ma per farlo diventare un gesto di danza sì …

R – che cosa intendi?

D – nel senso che … ok, questo è un movimento delle mani, ma … lo stesso movimento fatto da un ballerino ha bisogno di un io …

R – l’io non ha mai fatto niente … non c’è l’io … l’unica realtà dell’io è la sua esperienza … e questa esperienza dell’io è completamente un’illusione …

D – quindi un ballerino non ha bisogno … non avrebbe avuto bisogno … dell’io, del bambino … per diventare …

R – sì esattamente … nessun bisogno … l’io è completamente inutile, completamente inutile (ride)

D – quindi il desiderio di ‘spegnere’ l’io viene dall’io …

R – sì, assolutamente… solo l’io fa esperienza di questo come qualcosa di imperfetto …

D – pertanto la perfezione è … il momento … questo domandare, la risposta che accade …

R – assolutamente sì …

D – e noi non siamo l’osservatore…? che cosa siamo noi … non esistiamo?

R – sì, esattamente

D – quindi la perfezione è toccare, udire - tutto – parlare … è condividere…

R – non c’è niente al di là di questo… è tutto ciò che è …

D – incluso le uccisioni, assassinio di palestinesi … gas …

R – naturalmente … si chiama amore incondizionato … l’io vive in un amore condizionato … questo è “buono” perché è in accordo con quello che riguarda la mia vita, questa cosa è “sbagliata” perché non è in accordo con quello che penso sia giusto riguardo la mia vita… ma l’amore incondizionato è assoluto caos…

D – ma la vita ha un valore in sé stessa?

R – niente ha valore … oppure possiamo dire che tutto ha valore … non ha importanza … niente è separato

D – quindi … se io ti aggredisco … la tua reazione sarebbe di difenderti … da dove viene il concetto di proteggersi …

R – dallo stesso posto da cui viene questa domanda … nulla, dal nulla … è ciò da cui tutto viene … non è che il nulla si trasforma in qualcosa … questo, la totalità, ogni cosa che sta accadendo è il nulla che accade…ma non puoi capirlo … “non comprendere ..! “ (lo dice in italiano, seguono risate) …

… grazie per essere stati qui

riflessioni introduttive alla presentazione degli articoli presenti nella categoria intitolata "non dualità"

Una volta che qualcosa del pensiero "non duale" si sia infiltrato nel modo di concepire e immaginare le cose ... non è più come prima, non può più esserlo.

Anche se la resa dell’ io è ben lungi dall’essersi realizzata, qualcosa sembra corrodere di continuo le sue fondamenta. Una resa, peraltro, ovviamente irrealizzabile, se davvero l’ io è soltanto un’illusione. Che fare, allora, oltre che attendere la..."morte"? 

Una "morte" ugualmente irraggiungibile, chimerica, come tutto il resto …

L’Advaita traduce pragmaticamente l’idea - tipicamente benché non esclusivamente buddista - che l’attaccamento sia alla radice della sofferenza.

L’attaccamento è incorreggibile con la volontà.

Solo l’amore può "guarirlo". Ecco allora emergere imperiosa la verità che solo l’amore realmente opera, ovvero trasforma.

Alla domanda “cos’è l’amore?” non è tuttavia possibile dare alcuna risposta. E questo “spiega” come mai l’ io, ovvero il Cercatore di Verità per antonomasia, non possa essere mai soddisfatto. 

Le parole non sono in grado di appagare la sua fame, poiché non è di parole che egli ha fame. Sforzarsi di formulare risposte verbali soddisfacenti alla domanda fondamentale dell’io è, in ultima analisi, uno sforzo totalmente inutile.

La mente – e l’ io è proprio questo – si nutre di parole, compreso quelle dei maestri di Advaita. La differenza la fa semmai una sorta di risonanza intima, indescrivibile, che sembra accadere più frequentemente laddove “… due, o più, sono riuniti nel mio nome” (Mt, 20).

Eppure in ultimo è incidentale anche il numero - la presenza di un'apparente molteplicità. L’io stesso è un’entità plurima, non certo indivisa. Pertanto c’é motivo di credere che le “trasformazioni” conseguite nel contesto di una gruppalità meramente esteriore siano sovente poco durature e  bisognose di rinforzo.

Ma allora siamo in presenza di una sorta di rituale collettivo essenzialmente suggestivo, scenico.

Le psicoterapie di gruppo - non diversamente da quelle individuali - rappresentano delle varianti di tali rituali. Parimenti può dirsi dei comuni  raduni - o satsang - che sovente si tengono intorno alla figura di un Maestro.

Jim Newman e Tony Parsons sono due ‘maestri’ esemplari. 

L’abilità di un maestro in tali circostanze consiste soprattutto nel riuscire a rispecchiare l’incongruenza tra l’aspettativa egoica e quel "nulla" che sempre si sottrae alla presa del linguaggio, a discapito di qualunque tentativo di  oggettivazione della verità.

Piuttosto che di “bravi maestri” si dovrebbe parlare di circostanze propizie alla "trasformazione", indipendentemente da chi sembrano esserne i "protagonisti".

Tuttavia anche questa formulazione è ingannevole, essendo solo un’approssimazione verbale.

In verità nessuna circostanza è più propizia di qualunque altra, poiché nulla veramente accade, o – se si preferisce – nulla è mai realmente diverso da sé stesso.

Oggi l’Io è una mente che ha esaurito tutte le risorse. L’unica strada è che l’Io si apra alla possibilità della grazia e di un rinnovamento che potrebbe allora aver luogo in sua assenza. In assenza dell’Io, nel suo vuoto, il flusso immaginale potrà scorrere liberamente 

(J. Hillman 1967, "Senex e Puer")

La non dualità non è una dottrina psicologica, non è una religione, non è una filosofia. Non è neppure una “visione del mondo”. Non è, inoltre, un sistema di pensiero né una mappa cognitiva che consenta di orientarsi su un qualsiasi territorio – ovvero nell’ambito di qualunque genere di esperienza concretamente vissuta. E’ solo un concetto che vuole additare a qualcosa di inconcepibile, destinato a restare fondamentalmente inesprimibile tramite l’uso del linguaggio.  

Il termine “non dualità” è la traduzione del sanscrito “ad-vaita”, non-due. Sarebbe però fuorviante credere che tratti di qualcosa di misterioso ed esoterico,  che ha a che fare specificamente con l’Oriente ed alcune forme di religiosità o di  concezione psicologica e/o filosofica che abbiano le loro radici in quel terreno. Qualcosa di simile è stato infatti espresso sin da tempi antichi anche in Occidente, e non è pertanto necessario ricondurne la matrice ad un preciso contesto culturale,  etnico-antropologico o geografico. L’intuizione di fondo è che, pur essendo giusto distinguere tra un soggetto e un oggetto all’interno di qualunque processo conoscitivo, la loro radicale separazione è qualcosa di sostanzialmente artificioso e illusorio: che tra osservatore ed osservato sussista un rapporto assai più intimo di quanto possa sembrare.  Questo enunciato collima, peraltro, con quanto indicano la gestalt, la “teoria dei sistemi” e la stessa fisica contemporanea –  quella “meccanica dei quanti” che  ha ormai rinunciato all’idea di una conoscenza obbiettiva, che possa cioè prescindere  dal ruolo e dall’influenza decisiva dell’osservatore e della sua strumentazione ai  fini dell’indagine.  Ma questo non è tutto.  Poiché non solo la distanza spaziale ma anche quella temporale, che caratterizza ogni processo trasformativo, contribuisce ad alimentare un illusorio senso di separatezza. Ne è un valido esempio (fatto dal prof. Bergonzi*, da cui qui lo riprendo) quello dell’ente denominato con la parola rosa, che ieri era un ramo spinoso, oggi è un fiore profumato e domani sarà spazzatura maleodorante.

La questione di fondo è che il linguaggio, nel denotare oggetti in quanto entità circoscritte (onde rendere l’esistente indicabile e opportunamente fruibile) alimenta l’idea illusoria del sussistere di una qualche sostanza:  qualcosa di consistente spazialmente definito ed isolato, nonché stabile e durevole nel tempo.  

Ciò vale, naturalmente, anche per quel che attiene il mondo delle relazioni umane, dei rapporti tra le persone. La non dualità mette in discussione l’esistenza della persona – intesa come un me o un io individuale facente capo ad un corpo fisico – come entità separata da tutto il resto, in quanto non-io e/o mondo esterno.

In merito alla questione, navigando in rete si possono trovare spezzoni di filmati in cui alcuni soggetti “testimoniano” il messaggio “non duale” davanti ad un pubblico di cultori/interlocutori affascinati da quel che sembrerebbe essere qualcosa di autenticamente sentito e vissuto, per quanto solo approssimativamente descrivibile mediante il linguaggio della parola. Costoro affermano di non percepire (più**) di avere un io né un’identità ben definita, essendo ormai solo semplice presenza, testimonianza incondizionata di una vitalità naturale, irriflessa, dell’esistenza - un’esistenza per lo più indicata sinteticamente con la locuzione inglese what is, che si può tradurre in italiano come ciò che è. Pertanto non si considerano più – almeno è quanto affermano – individui, essendo il senso dell’individualità – la sensazione di essere un io/corpo o un me separato da tutto il resto - del tutto scomparso, almeno da un certo momento della loro vita, per fare posto a … nulla e a nessuno - ovvero alla vita stessa (naturalmente questo è solo un modo indicativo di riferirsi a qualcosa di indescrivibile).

La fine del senso di separatezza/dualità (la sparizione di una coscienza intrapsichica, riflessiva) implicherebbe anche che non ci sia più qualcuno né alcuna dialettica dei  “punti di vista” (che presupporrebbe il persistere della distinzione tra soggetto-oggetto all’interno  di qualunque processo conoscitivo), permanendo soltanto un semplice e ubiquitario essere/esperire totalmente impersonale.  L’affermazione - tutt’altro che tacita – comune a costoro è che l’accadere della vita sia essenzialmente sogno, apparenza, illusione, irrealtà: asserzione assimilabile a quella di gran parte delle religioni e delle filosofie Orientali – anzitutto il buddhismo, con la sua maya o “illusione cosmica” – ma anche, in Occidente (in un senso però più poetico che letterale) al pensiero di autori come W. Shakespeare e Calderon de la Barca per i quali “… la vita è sogno”, giungendo – ai nostri giorni – a quanto sostiene buona parte della scienza moderna, specificamente la succitata fisica quantistica, che mette in discussione l’effettiva esistenza della "materia". Le vicende degli uomini sarebbero soltanto storie - effimere “tessiture della maya” che non toccano in alcun modo la verità dell’essere, con la sua irriducibile, gratuita,  inestinguibile libertà e vitalità naturale.

Tutto è uno e tutto sorge - semplicemente ed estemporaneamente - senza che vi sia alcun senso, alcun processo, alcuna meta, alcuna direzionalità, né alcuno scopo.

Il “messaggio” non dualistico appare di una semplicità disarmante, tanto da risultare – è quanto viene sovente affermato – inafferrabile proprio a causa di tale semplicità. E d’altra parte chi potrebbe afferrarlo se, in realtà, non c’è nessuno? Naturalmente non c’è neppure alcun libero arbitrio. Inoltre tutto è - al contempo - reale e irreale. Tuttavia si parla sovente di Amore. Amore assoluto e incondizionato. Tutto è Amore, e qualunque “cosa” – dall’apparenza di quell’oggetto davanti ai miei occhi denominato ‘tavolo’, alla luce delle stelle disseminate nel cosmo - costituirebbe un invito a tale riconoscimento. A tornare a casa.

Una “casa” da cui peraltro nessuno si sarebbe mai davvero allontanato. A quel Paradiso che non sarebbe affatto altrove - in linea con quanto avrebbe affermato anche il Cristo dei Vangeli, al quale si attribuiscono le parole:

                                 “ Il regno di dio è già in mezzo a voi

(Lc. 17,21)

Inoltre non sussisterebbe – inteso in assoluto - alcun rapporto causale, nessuna conseguenzialità che connetta in qualche modo le cose e gli accadimenti tra loro. Che si tratti di sentimenti, di stati d’animo, di oggetti o di quant’altro … poco importa distinguere, in merito. Anche perché non c’è alcuna separatezza tra il mio corpo e la sedia su cui siedo. Così come non c’è  tra l’istante presente e il successivo. Anzi: non c’è neppure un istante successivo, poiché c’è soltanto questo. Ciò che è. Che è tutto e nulla, nonché – e al contempo - reale e irreale, assoluto e relativo.

Il messaggio non dualistico non avrebbe esso stesso alcuno scopo, naturalmente. Sarebbe pura condivisione: l’annuncio (la nuova “buona novella”?) di un’evidenza tacita, senza che venga effettivamente con-diviso nulla, poiché non sussisterebbe alcuna sostanziale distanza, nessuna separatezza, tra “me” e “te”.

Quello della non dualità - che come è stato già rilevato sarebbe la traduzione letterale del termine sanscrito a-dvaita, ovvero non-due - si pone come un “punto di vista” (sic!) sconcertante per il pensiero ordinario ma al contempo denso di feconde implicazioni. Adottandolo si “risolverebbero” tutti i “problemi” che crediamo di avere poiché - in realtà – di “problemi” non ne “abbiamo” proprio nessuno. Meglio ancora: non c’è nessuno che possa averne, essendo tutto - proprio tutto - 

                 “… soltanto il gioco dell’Uno che fa finta di essere Due

ovvero

           “ … nient’altro che uno scherzo divino e gloriosamente inutile

(T. Parsons)

Sebbene quanto sin qui delineato pur sommariamente costituisca forse il denominatore comune di qualsiasi approccio non duale, nei circuiti dell’ad-vaita contemporaneo si riscontrano delle posizioni piuttosto articolate e diversificate, tra coloro che possono esserne considerati i rappresentanti di maggiore rilievo. Per esempio, ad autori come Rupert Spira*** che contemplano l'esistenza di una coscienza/consapevolezza priva di oggetto (definita talvolta come “presenza mentale” o “io sono”) intesa come dato esperienziale irriducibile e originario, si contrappongono altri come T. Parsons e J. Newman**** per i quali persino il ruolo giocato da essa risulterebbe essere del tutto artificioso e illusorio.           

Concludo col ribadire l’assunto di base del messaggio “non dualistico”: ovvero che le parole, in merito, possono solo “puntare” verso qualcosa d’inesprimibile – ad un quid troppo immanente, immediato, per poter essere adeguatamente espresso da qualunque genere di descrizione verbale. Questo accomuna parecchio qualunque discorso concernente la non dualità agli enunciati riguardanti tanto l’esperienza estetica quanto quella mistica (dal greco "mystikòs" = misterioso; "myein" = chiudere, tacere), poiché entrambi additanti qualcosa che è destinato a rimanere sempre e sostanzialmente indicibile.

Note

*Docente di Religioni e Filosofie dell'India all'Università «L'Orientale» di Napoli;  socio e analista del Centro Italiano di Psicologia Analitica. A partire dagli anni '70 Mauro Bergonzi si è dedicato all’approfondimento dei percorsi meditativi di varie tradizioni orientali quali buddhismo, vedanta, taoismo. Si veda, tra le altre, la breve videointervista pubblicata il 30 set 2016 in www.spaziolanimale.com (https://youtu.be/ZwGHCISiTaU)

**  "l’ultimo pezzetto, quando sentii per la prima volta parlare di non dualità… fu solo un riconoscimento retrospettivo che c’era una fine assoluta di tutte le esperienze, un niente assoluto, il nulla… ma certamente un tutto che è nulla e un nulla che è tutto. Era tutto quello che era. Non c’era riconoscimento di ciò che era, fu solo un grosso accadimento energetico. E poi - in seguito - ci fu un crollo, o dei glimpses, come degli aspetti di ciò che è o ciò che era stato coperto dal cercare ciò che è. E alla fine, certamente, non c’è un processo… perché alla fine - siccome questo non sta accadendo, ma sembra solo che stia accadendo - l’intero processo che porterà al fatto che niente stia accadendo è un’idea ridicola - che qualcosa può condurre al nulla. Quindi alla fine è riconosciuto che non c’è un processo, perché niente è mai in realtà davvero accaduto. Era solo un sogno, dal quale nessuno si sveglia, perché il sogno è il sognatore che sogna il proprio sogno" (tratto da un’intervista a J. Newman sulla natura del sé rilasciata a Vienna nel 2018, https://youtu.be/POytnSH0aUs)  

*** Tra i libri di quest’insegnante e praticante di origini britanniche di non dualità si suggerisce la lettura del volume edito nel 2018 da Astrolabio Ubaldini  col titolo: ”La natura della coscienza. Saggi sull'unità di mente e materia”

****Di questi due “messaggeri” (o speakers) di non dualità sono rinvenibili in rete parecchie interviste e videofilmati, dei quali diversi sottotitolati e/o simultaneamente tradotti dal  vivo in italiano. Tra questi ultimi si raccomanda la visione di almeno uno della serie di incontri tenuti da Jim Newman nel 2016 a Milano (https://youtu.be/yQrp9qmWgnQ). In questo stesso sito è presente la trascrizione della prima parte di quest'ultimo incontro.

Se esistesse un sentiero su cui poter segnare le tappe della mia esperienza contemplativa questo sarebbe il sentiero sempre più vasto e profondo del silenzio

(Bernadette Roberts)

                                                           

    

                    I

Non è facile dire qualcosa a proposito di questo libricino. Forse è più semplice descriverlo per quello che non contiene, che per quel che  contiene. Non è un diario spirituale. Non è un saggio sulla mistica. Non è un’autobiografia, né un frammento autobiografico. Non è certo un trattatello filosofico, né di psicologia fenomenologica. Eppure - nello stesso tempo - è ognuna di queste cose. Scritto con una prosa limpida, diretta, totalmente privo di ambizione letteraria, questo documento ha un valore inestimabile per chiunque sia interessato a comprendere la natura dell’esperienza di essere umani - di creature “senzienti” che non si limitano ad esistere, come fanno gli animali e le piante, ma che piuttosto insistono nel cercare di trovare un senso, un significato per cui “valga la pena” che la vita sia vissuta. L’autrice è un esemplare paradigmatico di cercatore, in tal senso. Di qualcuno che vuole sapere, che vuole scoprire, che vuole penetrare fin nei più intimi recessi dell’esistenza consapevole. Che aborre ogni forma di “automatismo” cognitivo-comportamentale,  ed è affamato di riscoprire sempre daccapo il valore dell’agire, del perseguimento di uno scopo, di un qualunque sforzo che non abbia alcuna intima necessità d’essere al di là dell’essenziale.  Prendendo le mosse da simili premesse la ricerca non può che approdare, infine, ad un punto d’arrivo che è anche – come mostra pagina dopo pagina la testimonianza di Bernadette Roberts – il suo punto d’origine. Ovvero al silenzio: l’impossibilità di dare voce a quell’amore che tutto accoglie e per il quale non possono esserci pensieri né tantomeno parole adeguate. Resta – forse - il declamare versi del poeta, come ultima possibilità di espressione ciarliera. Ma la Roberts è troppo ‘scientifica’ per accontentarsi di questo; è troppo audacemente ‘sperimentale’ per accettare di limitarsi tanto. Lei voleva “guardare in faccia” Dio e Lui - infine - l’ha accontentata. I suoi primi silenzi, calati tra le mura di un monastero che sorgeva nei pressi del mare, hanno delicatamente bussato alla porta del Padrone di Casa: ancora troppo timidi, per essere uditi da Egli stesso ben al di là della soglia, benché abbastanza insistenti per richiamare quanto meno l’attenzione della Sua Servitù.
Fino a quel punto, tuttavia, in tanti ci sono arrivati e ci arrivano: basta dare un’occhiata, per esempio, ad alcuni dei “casi clinici” descritti esemplarmente da R. D. Laing sul finire degli anni ’60 del secolo scorso nel suo libro “L’io diviso”, laddove si parla dell’angoscia di essere “risucchiati” che si manifesta nell’esperienza prepsicotica di alcune personalità ”schizoidi”. La Roberts scopre, sin da quelle prime avvisaglie, che si può agire senza alcun pensiero, e ne resta affascinata. Ma si intende, sin dalle prime pagine della narrazione, che ella già da un pezzo bramava ardentemente di “togliersi il pensiero” e, sebbene all’inizio ancora le riuscisse di strapparsi all’incanto, dovette presto rassegnarsi a constatare che “qualche pezzetto” - o se si preferisce noi diremo “una parte di sé ”- non sarebbe mai tornata indietro, da quel silenzio. Come accadde alla leggiadra Persefone quando venne rapita dall’astuto Ade, anche l’anima della nostra eroina s’è nutrita di un frutto troppo dolce per non desiderare di tornare al più presto laddove esso fu colto. La gioia che succedette a quel primo incontro con l’amato minacciò di straripare oltre gli argini, al punto ch’ella si chiese quanto tempo ancora essi avrebbero potuto reggere: una domanda che per inciso ci fa intendere che c’era ancora uno spettatore che osservava lo svolgersi della scena da una debita distanza di sicurezza.  
Ma Bernadette è troppo temeraria e innamorata per consentire a qualcuno
di “restarsene a guardare”: “Dove finisco io e dove comincia Dio” -  è la domanda che l’ha sempre assillata. 

                                                                  II            

La ricerca dell’assoluto è rovinosamente corrosiva per il cercatore stesso; nella migliore delle ipotesi è un’inconfessata vocazione al suicidio. Oltrepassata una certa soglia di silenzio ci si inoltra in un vuoto che non contempla alcun Dio personale, né alcun Sé di uguale natura.  E’ quanto illustra il lucido resoconto di questa ex suora Carmelitana, che presto si trova a dover riconoscere che da un certo momento la sua “vita interiore” o “spirituale” era finita. A quel punto neppure i bramati paralleli con la Notte Oscura dell’Anima di cui narrano gli  scritti del (da lei) beneamato Giovanni della Croce poterono offrirle alcun conforto. Ella non sentiva più la vita.  Intanto però - passo dopo passo, pagina dopo pagina - il lettore attento di Bernadette si trova a beneficiare di un tesoro inatteso, sparso qua e là, tra  le macerie ancora fumanti di un sé in frantumi. “Sapevo per esperienza che non serve pensare, per risolvere i problemi della vita” – ecco,  una delle tante pepite d’oro che l’autrice sciorina con noncuranza dinanzi al nostro sguardo attonito. O ancora: “Non è Dio, ovvero la vita, a essere nelle cose.  E’ esattamente l’opposto: le cose, ogni cosa, sono in Dio”. Ciò è quanto avrebbe affermato anche un altro inguaribile cercatore  come C.G. Jung, senonché lo psichiatra svizzero alla parola Dio preferiva – forse per una sorta di fatale “deformazione professionale”? – quella di Psiche.  L’insegnamento Advaita (“non dualità”, in sanscrito) sin dall’antichità mette in guardia dall’illusione che qualcuno possa conseguire l’illuminazione spirituale - o Liberazione - attraverso la ricerca. Non perché essa richieda troppo sforzo ma, semplicemente, perché nessuno può raggiungerla. Forse anche per questo, di recente si possono osservare in parecchi filmati diffusi in rete alcuni individui che vanno in giro per il mondo dicendo di essere diventati nessuno**. Bernadette non ha mai fatto qualcosa di tanto spettacolare ed eclatante, ma la sua testimonianza scritta certo non è meno convincente della loro. Soprattutto perché si avverte la lotta drammatica di un’anima che vuole e non vuole soccombere all’avversario.  Il vento del conflitto, spirando gelido tra le pagine del suo resoconto, rende la narrazione della Roberts infinitamente più avvincente, persuasiva e verace di tanti satsang o “raduni” lautamente prezzolati i cui filmati circolano oggigiorno “online”. L’ironia serpeggia dappertutto nel testo scritto, ma non sconfina mai nella comicità o nel sarcasmo. Raggiunge l’apice quando l’autrice stessa figura colta di sorpresa da quello ch’ella indica come un’ineffabile, ubiquitario e pervasivo Sorriso.  Un “Sorriso” riguardo al quale è evidentemente insensato chiedersi di chi sia o a chi sia rivolto, essendo infine rivelatasi irrilevante - ai suoi occhi - la questione del confine, del limite tra l’umano e il divino.   “Dio è tutto ciò che esiste. Tutto, naturalmente, tranne il sé” - afferma perentoriamente Bernadette.

                                                                   III

Le fasi critiche nell’esperienza contemplativa di Bernadette si succedono con ritmo irregolare, imprevedibile, ed un barlume di comprensione è attinto dalla protagonista quasi sempre a posteriori - a “cose fatte”, più spesso disfatte. La “morte del sé ”, ovvero la quieta benché al contempo drammatica scoperta di non avere un “mondo interiore” fatto di sentimenti, stati d’animo, timori, pensieri e aspettative personali - concernenti pertanto una propria vita - è sopraggiunta abbastanza presto. In seguito ad essa sono mutate tante cose, per Bernadette, anche al livello della pura e semplice percezione visiva. Le diventerà impossibile, ad esempio, “mettere a fuoco” le singole cose su cui cerca di soffermarsi lo sguardo, prendendo gradualmente piede una percezione vieppiù globale, totalizzante, di un mondo che evidentemente non ruota - come sembrava che facesse prima - intorno ad un “centro” divenuto ormai assente. Non le sembrerà più neppure di vedere dalla testa, ma da un punto esterno, posto al di sopra della sua sommità. Naturalmente anche la percezione del proprio corpo smarrirà la consueta familiarità. Le sensazioni della fatica, della fame, così come dei bisogni più elementari, tendono a perdere di intensità e di tono, pur non scomparendo del tutto. L’autrice paragona la sua nuova situazione a quella di qualcuno che debba occuparsi di curare e nutrire una pianta, dunque un organismo vivente del tutto esterno al proprio, che non è capace di comunicare quel che in ogni momento le occorre per vivere. Per cui le è necessario affidarsi, almeno in parte, al “buon senso” nonché ad un certo grado d’immaginazione empatica, che le consenta d’intuire quello che va o non va fatto per un’adeguata cura della propria persona fisica. La sua può apparire, a questo punto, una condizione penosa – almeno se osservata da "qualcuno" - ma Bernadette non si compiange mai, non avendo più neppure la forza per indulgere a farlo. Reagisce piuttosto tuffandosi nella vita, in una vita che avverte scorrere dappertutto, meno che dentro di sé. Cerca allora di confondersi col mondo, coi suoi rumori, col suo vocio indistinto, che evoca qualcosa di nostalgico forse proprio in quanto  irrimediabilmente perduto. La relativa tregua che scaturisce da questo spostamento dell’attenzione non risulterà tuttavia duratura. Un silenzio onnipervasivo incombe dappertutto, minacciando di estinguere ogni percezione di vitalità non soltanto “dentro” ma anche ”fuori” di lei.  Probabilmente provvidenziale, per impedire il tracollo di un equilibrio critico, costantemente minacciato, è stato per la Roberts il compito ineludibile di doversi confrontare anche nelle fasi più tempestose del “viaggio” (come quel che definisce il Grande Passaggio) con le necessità dell’ambiente umano circostante, in particolare dei suoi quattro figli, ancora relativamente dipendenti dall’accudimento quotidiano della loro madre. L’esperienza di Bernadette Roberts infrange così anche quell’immagine tradizionale e un po' stilizzata che vuole una “chiamata spirituale”, con tutte le sue svariate implicazioni esistenziali, qualcosa di avulso dalla dimensione di vita ordinaria della persona, con le sue familiari, immediate impellenze. Lei appare sempre come "una di noi" - un essere umano come tanti - per quanto la sua più profonda e intima domanda indubbiamente non sia così ordinario e comune rinvenire manifestamente tra le persone.

                                                                   IV

Il succedersi di eventi e trasformazioni nell’esperienza e nel vissuto della protagonista sono difficilmente comunicabili tramite la parola, per quanto ella faccia il possibile affinché il lettore possa averne quanto meno un barlume di intuizione, se non proprio d’immaginazione. Così, l’ausilio di adeguate metafore svolge un ruolo imprescindibile, affinché qualcosa di Quello di cui parla Bernadette possa essere comunicato al fruitore del testo scritto. Una delle metafore più suggestive, utilizzata infine dall’autrice per rendere l’idea di cosa abbia implicato per lei pervenire al termine del suo periglioso viaggio, è quella del camminare su un asse d’equilibrio.  In merito a ciò, non credo di essere in grado di formulare il pensiero di Bernadette meglio di quanto riescano a fare le sue stesse parole: “All’inizio si procede lungo l’asse per tentativi ed errori, ma alla fine (…) diventa una seconda natura: o meglio, si comincia a scoprire che fa parte della nostra vera natura ed è il modo in cui dovremo camminare per il resto della nostra vita. Di conseguenza quando, per così dire, sentiamo sotto i piedi la presenza di qualcosa, sappiamo di stare sull’asse, di vivere e agire alla maniera giusta e naturale; quando viceversa sotto i piedi abbiamo vuoto, siamo fuori dall’asse e non c’è più un vero fare. Si può dunque dire che il fare è la manifestazione di qualcosa, o di ciò che è, mentre il non-fare, l’attività investita nel sé, è la manifestazione del nulla in assoluto. (…) Quando l’esistenza priva di sé scompare del tutto, quello che resta è il fare, che è come un asse, una guida e quel qualcosa che coincide con ciò che è."  Prosegue poi dicendo: “Il contenuto del fare, vale a dire ciò che facciamo, è tracciato via via dall’inconoscibile direzione dell’asse, che è stretta e diritta e non tollera giri tortuosi.”  Ma allora ci chiediamo, a questo punto, se vi sia un qualche grado di libertà di cui possa beneficiare la nostra condotta. A tale ormai inderogabile quesito l’autrice risponde col consueto tono perentorio: “Una volta sull’asse noi non siamo più liberi di andare e venire, in quanto è solo il sé che gode di questa libertà. Una condizione priva di scelta non conosce i comuni attributi della libertà; qui c’è soltanto la libertà dal sé, che si scopre non essere affatto libertà. Chi c’è, a essere libero? Chi c’è a scegliere e provare, a porre i traguardi e tracciare il sentiero? Chi era libero ormai è svanito e quello che resta cammina ora sull’asse, al pari di un albero che, privo di pensiero, deve crescere e vegetare secondo una direzione predisposta dalla sua natura, una natura tanto intelligente da restare per sempre totalmente inconoscibile alla mente umana. Così, sapere cosa fare o dove mettere i piedi è un problema che non esiste: quello che si deve sapere semplicemente c’è e quello che non si sa non c’è. In altre parole il ‘che fare’ è strutturato nell’asse stesso, così che il fare è identico al suo contenuto, a ciò che esso fa. Ed ecco che conoscere, vedere, fare sono uno e un solo atto senza alcuna frattura che li divida.” Finalmente, un barlume di luce squarcia la nube oscura che sinora percepivamo aleggiare sulle nostre teste, al punto che il seguito di quanto afferma Bernadette suona persino soave alle nostre orecchie:  “Ciò che un tempo creava la divisione tra il fare e il suo contenuto era il sé con tutte le sue scelte, i valori, i giudizi, le idee e tutto il resto, il sé che non salirà mai sull’asse né potrà mai trovarlo, poiché è bloccato da tutte le sue cosiddette libertà. (…) Su quest’asse ciò che è procede secondo una sicura, irrevocabile, inconoscibile direzione, col risultato che il conoscere e il fare coincidono. (…) Come questo possa accadere non so, ma (…) fa parte integrante della chiarezza di mente che diviene possibile una volta sull’asse: una volta che si diventa tutt’uno con ciò che è.” Tutt’uno con ciò che è. Le parole della Roberts non lasciano spazio ad equivoci.  Alla radice della perentorietà del suo discorso traspare tutta l’autorevolezza che può scaturire soltanto dall’avere visto fino in fondo. Per concludere questo commento, un’ultima considerazione sulla questione del valore e significato dell’illuminazione spirituale.  La Roberts l’ha indicato chiaramente, sebbene non l’abbia del tutto esplicitato: l’illuminazione comporta una perdita e nient’affatto – come a volte si potrebbe credere, in base ai discorsi che capita di ascoltare talvolta persino all’interno degli stessi circuiti dell’advaita contemporaneo – un guadagno.   La perdita del sé.  Desiderare di conseguirla significa voler perdere quelle (pur illusorie) poche “certezze” che crediamo di possedere.  Se tanti sedicenti “maestri spirituali” oggigiorno fossero sufficientemente chiari come lo è stata, anche su questo punto, Bernadette Roberts, sarebbe piuttosto improbabile che si ritrovassero  ad essere seguiti da numerosi - talvolta persino da uno stuolo di – proseliti e cercatori. E’ assai più probabile, invece, che per molti di costoro la ‘ricerca spirituale’ sia piuttosto un tentativo di fuga da ciò che è: una più o meno sottile manovra, o manipolazione psicologica, finalizzata a rafforzare il sé, anziché a perderlo. Mi pare che fu F. Nietzsche, che una volta disse: “ Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro.”

nota biografica

* Bernadette Roberts è nata nel 1931 in California da genitori cattolici osservanti. Entrò nel monastero dei Carmelitani scalzi quando aveva diciassette anni, nel gennaio del 1949. Dopo otto anni e mezzo di vita monastica, lasciò il chiostro ed entrò all'Università dello Utah, dove per tre anni fu studentessa di medicina. Tornata a casa dei suoi genitori a Hollywood, in California, conseguì la laurea in Filosofia presso la “University of Southern California”. Per quattro anni avrebbe insegnato Fisiologia e Algebra presso una scuola superiore d’ispirazione religiosa di Los Angeles, dove incontrò e sposò un collega insegnante, dal quale ebbe quattro figli. Quindi la Roberts aprì una scuola “Montessori” presso Kalispell, nel Montana, nel 1969, dopo aver ottenuto le necessarie credenziali in Inghilterra. Nella sua scuola avrebbe sperimentato metodi di psicologia cognitiva dell’età evolutiva basati sugli studi di Jean Piaget.  Nel 1973 conseguì un master in educazione della prima infanzia presso la “University of Southern California”.  Nel 1976 il marito lasciò lei ed i figli; in seguito ella ottenne l’annullamento del matrimonio.  Negli ultimi quarant'anni frequentò prolungati ritiri presso i monaci camaldolesi sul “Big Sur”, in California. E’ morta nel 2017, nella sua casa nel sud della California, durante il sonno. La Roberts ha raccontato e dettagliatamente descritto la sua vita ed il suo cammino spirituale. Il suo “Autobiography of the Early Years” contiene un resoconto delle prime esperienze familiari e spirituali. Dopo anni di vita contemplativa avrebbe descritto l’evento che definì l'esperienza del non-Sé. In seguito alla pubblicazione del materiale relativo all’argomento la Roberts ha iniziato a ricevere dappertutto inviti affinché ne parlasse più approfonditamente.  Gli ultimi 30 anni di vita li dedicò a tenere ritiri annuali su "L'essenza della mistica cristiana".

**Vedi su questo stesso sito l'articolo "Introduzione alla non dualità"

 

poesie e racconti brevi

 

Dalla Prefazione del volume

Non sono certo che ci sia un vero e proprio tema a fare da filo conduttore al presente libro.  O meglio, che ve ne sia uno soltanto.  Tuttavia la scelta, manifestata attraverso il titolo, di suggerire una tale possibilità   di lettura, è scaturita in modo abbastanza naturale, direi privo di significative forzature.              “Nulla di cui preoccuparsi” è inoltre l’ultima delle cose scritte, in ordine   di tempo.   Così - per esprimerlo con un’azzardata proporzione metaforica - nel rivedere il materiale  confluito nella presente raccolta mi è sembrato che quel “monologo” breve stia a quanto lo precede come l’estuario di un fiume, ormai prossimo a confondere le proprie acque con quelle del mare in cui confluiscono,  sta a tutto il suo sinuoso corso precedente.  Il tema dell’identità gioca un ruolo centrale più o meno dappertutto, nelle poesie così come nei racconti proposti. Un argomento perennemente nevralgico - non solo letterariamente parlando – per quanto al contempo sempre straordinariamente elusivo, viscido e poroso. Persino nella descrizione delle vicissitudini di un animale (Diego) , agli occhi dell’osservatore può riverberarsi annosamente, tra il serio ed il faceto, un “problema di identità”: gatto vivo o gatto morto? domestico o selvatico?

 

Mauro Giuliani (1781-1829) è stato uno dei maggiori chitarristi italiani vissuti tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo. Virtuoso dello strumento, profondo conoscitore della cultura musicale del suo tempo, ha lasciato una copiosa produzione di composizioni per chitarra solista, per più chitarre, nonché tre concerti per chitarra ed orchestra. Altrettanto importante il suo contributo al consolidamento delle basi della didattica moderna. Il nutrito corpus dei suoi "Studi" è tutt’oggi considerato un complesso di esercizi fondamentali per il perfezionamento della tecnica esecutiva dei praticanti dello strumento. La musica di Giuliani è fedele ai canoni del classicismo, ricca di variazioni ed abbellimenti, generalmente lineare nello sviluppo dei temi portanti delle composizioni. Vi si respira un senso di leggerezza e trasparenza per la freschezza con cui si offrono all'ascolto. Giuliani nacque a Bisceglie, nella Puglia, allora annessa al regno di Napoli. All'età di ventisei anni si trasferì all'estero, stabilendo la sua residenza a Vienna, dove avrebbe trascorso parte considerevole della sua vita e dove ebbe modo di venire in contatto con le massime personalità musicali del suo tempo. A Vienna beneficiò della protezione dei regnanti, da cui venne nominato "virtuoso da camera" nonché insignito del titolo onorifico di Cavaliere del Giglio. Fu anche insegnante privato dell'arciduchessa Maria Luisa d'Austria. Benché non si sappia molto circa la sua personalità sembra che fosse vivace di spirito, dal temperamento inquieto e talvolta invischiato in questioni sentimentali che finivano sovente col ripercuotersi non felicemente sulle sue finanze, non meno che sulla sua vena creativa. Nell'ascoltare la sua musica attraverso le interpretazioni che ne hanno dato alcuni dei massimi chitarristi dell'attuale panorama musicale internazionale (tra i quali spiccano il cubano Marco Tamayo, il russo Dimitri Illarionov e lo spagnolo Ricardo Gallen) colpisce la modernità delle composizioni, con la loro capacità di dare espressione plastica a peculiari stati d'animo. Ad aperture talvolta solenni – come quella della Sonata Eroica op. 150 - seguono momenti intimistici ed introspettivi caratterizzati da una vena malinconica cui seguono, talvolta, gioiose impennate. Il non raro ricorso a successioni di 'ottave' ascendenti e discendenti conferisce alle composizioni un sapore sinfonico, mentre l'uso ricorrente di 'acciaccature' ed altri 'abbellimenti' immette un tono scherzoso, se non scanzonato, talvolta persino nei momenti musicali più impegnati.  Quello che però più stupisce in Giuliani è la capacità di strutturare anche nello sviluppo esiguo di uno 'studio' non più lungo di una ventina di misure   una coesione d'insieme di notevole eleganza ed efficacia - penso ad esempio al primo dei suoi 24 studi dall'op. 48, un'opera considerata tutt'oggi di cospicua  rilevanza didattica. La produzione strumentale di Mauro Giuliani è davvero vasta, anche se non tutta l'opera venne edita nel corso della sua non lunga vita - morì prima dei cinquant'anni. Vi confluiscono molteplici generi: dalla Forma Sonata all'intrattenimento di derivazione folclorica e popolare; dall'Ouverture alle Variazioni Concertanti su Temi orchestrali. Assai note, tra queste ultime,   le  “Rossiniane” e le “ Variazioni su un tema di Haendel ” nonché su quella  caratteristica concatenazione di accordi assai diffusa nel sedicesimo secolo e tutt'oggi nota come Follia di Spagna. Nonostante la varietà di forme di espressione, nella musica di Giuliani si coglie un’omogeneità di fondo nelle soluzioni stilistiche e armoniche che ne rendono inconfondibile la paternità musicale. Sensibile tanto al gusto dei cultori più raffinati del genere classico quanto alle esigenze di un'audience più estesa, egli ha interpretato in chiave solistica le più belle 'arie' tradizionali della cultura popolare - soprattutto quelle della scuola napoletana del suo tempo. Da ciò deriva la spiccata "cantabilità" di buona parte della sua opera.

...continua a leggere "Mauro Giuliani, chitarrista italiano dell’800"

Sottoporre ad un’interpretazione qualunque opera d’arte – pittorica, poetica o narrativa poco importa – è un’operazione azzardata se non addirittura del tutto insensata.  Nel momento in cui lo facciamo è l’opera, piuttosto, che sta interpretando noi: rivelando silenziosamente, senza clamore ma con efficacia i pregiudizi e le tacite premesse che orientano l’interprete, rendendo possibile la sua lettura. Ciò resta valido a prescindere dal testo preso in esame: sebbene, specie in campo letterario, vi siano autori la cui scrittura è così elusiva e policentrica che una forzatura interpretativa pur minima risuona qui - più che altrove - come qualcosa di irritante e di puerile. Questo si manifesta in modo paradigmatico nel caso di Franz Kafka: un autore talmente puro da fungere da fedele cartina di tornasole per ogni velleità saggistica. Al discorso kafkiano è difficile aggiungere qualcosa senza sminuirne la potenza, l’incisività espressiva. Solo, forse, un confronto altrettanto doloroso di quanto lo fu per Kafka col silenzio che precede la nascita della parola creativa - con tutto il suo travaglio - potrebbe consentire di aggiungervi, al più, una dignitosa postilla. Sfortunatamente non ho mai incontrato Kafka quale mentore interiore : non ne ho mai avuto né l’onere né l’onore. Tuttavia talvolta lo presagisco, ne avverto il profumo: l’essenza di Kafka è troppo sublime per lasciar traccia di sé in una forma più tangibile. Non si avverte mai nel suo discorso, sebbene l’intera opera ne sia satura, il peso di colui che narra. Kafka tuttavia “non ha peso” non perché davvero non ne avesse ma in quanto non voleva averne: voleva essere un osservatore obbiettivo della vita. Voleva essere giusto. Il suo accanimento nel perseguire la giustizia fece sì ch’egli se ne sentisse perseguitato per tutta la vita. Proliferano, pertanto, figure di giudici e di avvocati in una tormentosa vicenda che è al contempo esistenziale e letteraria, nonché indistinguibilmente interiore ed esteriore. Bucefalo è uno di essi, in un racconto che non supera la ventina di righe e intitolato appunto: “Il nuovo avvocato”.

Bucefalo - per chi lo ignorasse - era il nome del cavallo di Alessandro il Macedone. Nel racconto di Kafka è un avvocato di recente nomina che s’aggira tra le stanze del tribunale. Bucefalo suscita simpatia e comprensione nella classe forense, anche perché i suoi componenti riconoscono che nell’ordinamento sociale di oggigiorno egli deve trovarsi in difficoltà poiché oggi, nessuno può negarlo, non esiste un Alessandro Magno.  Con poche parole Kafka tesse la trama che connette un passato storico ormai leggendario con un prosaico presente, ponendo in essere un’oscillante andirivieni tra differenti piani di realtà: tra immaginazione /memoria storica ed attualità. Bucefalo è così al contempo uomo e animale e - come accade sovente in Kafka – la duplicità nella sua natura lascia fatalmente in sospeso il tema dell’imputabilità,  della responsabilità etica e morale del soggetto. Se ieri era solo un cavallo, per quanto alle dipendenze di colui che è ricordato come uno dei più grandi imperatori di cui si abbia memoria storica, oggi è un essere umano, un avvocato dai fianchi non oppressi dalle reni del cavaliere, che, immerso nei testi di legge alla quieta luce di una lampada, ha ormai abdicato ad antichi sogni di conquista e di gloria. Si direbbe così finalmente ‘risolto’ a favore del primo, il perenne conflitto - non solo kafkiano - tra pensiero e azione: un’azione peraltro inesorabilmente intaccata dall’incertezza circa la giusta direzione da seguire, dalla mancanza di una  guida  – il cui carisma sia paragonabile a quello dei grandi condottieri del passato – che  sia all’altezza degli impossibili compiti posti dalla vita ad una creatura vieppiù interiormente divisa, scissa, quale si presenta Kafka/uomo moderno.   Posseduto in prima persona dal tormentoso senso di colpa che accompagna una tale perdita, lo scrittore praghese fa apparire “poca cosa” la relativa libertà acquisita in cambio, prevalendo un’amara ironia e quel senso di ripiego che qui – come altrove nella sua opera – infine aleggia:

“Perciò è forse miglior partito d’imitare Bucefalo e di sprofondarsi nella lettura dei codici (…) lungi dal clamore della pugna alessandrea …

Kafka non sarebbe Kafka senza un tale lacerante conflitto, che può riverberarsi    nel lettore solo in quanto - in fondo - è il suo stesso conflitto. Infranti gli antichi idoli resta nell’anima dell’uomo un senso di vuoto che nulla sembra essere in grado di colmare. Profeta del suo tempo, lo scrittore ha espresso mirabilmente un tale stato di cose. Voler ricondurre la “questione kafkiana” - come è stato fatto talvolta da certa  critica specialistica "psicoanalitica"- ad una problematica semplicemente personale di rapporto con l’autorità paterna equivale a fraintendere la portata collettiva, universale ed esistenziale che essa sottende. Equivale a tradirne lo spirito.

Il potere ‘assoluto’ del terapeuta*

 

Secondo l’autore di questo datato ma ancora attualissimo volume, alla base di una scelta particolare come quella di chi svolge una cosiddetta professione d'aiuto c'è sempre in gioco un'idea, una premessa, un modello generale che può essere rappresentato dall'archetipo del guaritore. Con il modello del guaritore viene a trovarsi in relazione chiunque abbraccia nella propria vita, e non solo professionalmente, il compito tutt'altro che leggero di assistere, guarire, curare.   Da una parte c'è l'essere umano malato, stressato, esaurito, incapace di far fronte alla vita; dall'altra l'essere umano che si presume abbia la capacità di lenire e guarire. L'interesse di un individuo che sceglie una professione d'aiuto deriva quasi sempre dalla consapevolezza, a volte più chiara a volte meno, che in ogni vita umana alberga la possibilità della malattia, del malessere, dello smarrimento. Questa consapevolezza coinvolge un tale individuo al punto da motivarne la scelta professionale poiché curando, aiutando, assistendo ... egli si sforza di fronteggiare la propria stessa ferita, la propria ansia, la propria paura.

Il potere e tutte le relative problematiche subentrano quando una tale persona, investita dalla società che gli conferisce un titolo professionale che ne sancisce le competenze acquisite nel corso di un più o meno lungo processo di formazione, dimentica queste premesse e giunge a sentirsi superiore al suo interlocutore - che sia denominato paziente, assistito, cliente, ecc. - tramite la convinzione più o meno completa che il suo dominio possa estendersi fino al dominio totale dell'angoscia, o della malattia in sé. In queste condizioni, qualunque dubbio o affermazione proveniente dal paziente rappresenterà sempre per il terapeuta il dubbio o l'affermazione di qualcuno che ha la mente o il fisico debilitati, o comunque di un incompetente, di un non addetto ai lavori, che quindi non può essere preso del tutto sul serio. Se così stanno le cose diventa fondamentale per il professionista della salute conservare la memoria della sua "ferita", e la consapevolezza che, nel curare gli altri, egli sta in realtà trattando non soltanto con l'altra persona ma anche con la propria malattia, con il proprio malessere personale ed esistenziale. Più chi presta aiuto crede di esser sano, e che il "guasto" sta solo in chi gli sta di fronte, più cresce la distanza tra sé e l'altro, e con essa si approfondisce la scissione tra i due poli dell'immagine del guaritore-ferito che è alla base del suo operato.

L'immagine del guaritore deriva storicamente in parte dalla medicina e in parte dalla religione. Il "giuramento di Ippocrate", che ciascun futuro medico è tenuto a prestare in ragione del suo mandato professionale, afferma tra le altre cose che il medico "baderà soltanto alla salute degli infermi rifuggendo ogni sospetto di ingiustizia e di usare corruzione". Una simile premessa dovrebbe garantire che colui che si trova investito del compito di curare il proprio prossimo eviti di agire da ciarlatano: ciarlatano è quel medico che per acquisire prestigio e/o vantaggi economici non esita a ingannare i propri pazienti e a volte persino sé stesso, inducendoli a credere nell'efficacia delle proprie cure anche laddove queste, spesso, non hanno sufficiente fondamento scientifico. L'altra vocazione che sta alla base di una scelta professionale orientata all'aiuto del prossimo, è rappresentata dalla figura del sacerdote. Il lato oscuro di questa nobile immagine è, al pari del medico ciarlatano, quello dell'ipocrita e bugiardo che non predica perché ha fede ma per acquistare influenza e potere. Il compagno inseparabile della fede è il dubbio, ma nessuno vuole trovarlo in un sacerdote - ne abbiamo abbastanza per conto nostro - e così spesso questi non ha altra alternativa che fingere, nascondere le proprie incertezze, magari mascherando con parole alate un momentaneo vuoto interiore. L'ombra del falso profeta accompagna così il sacerdote per tutta la sua vita. Dunque nelle professioni d'aiuto non si ritrovano soltanto le immagini nobili della medicina e della religione ma anche i loro aspetti d'ombra: il ciarlatano e il falso profeta.

Per concludere ...

Cosa spinge un individuo a preoccuparsi del lato oscuro della vita sociale?           Deve trattarsi senz'altro di una persona di tipo particolare: l'individuo medio, comune, preferisce infatti ignorare e dimenticare le disgrazie e le sofferenze del  suo prossimo quando queste non lo toccano direttamente, o almeno preferisce averci a che fare di rado, a sufficiente distanza, leggerle cioè nei giornali o vederle alla televisione. Solo un numero piuttosto ristretto di persone si occupa di entrare in contatto diretto con i guai altrui, la maggior parte ne ha abbastanza dei propri.  Se diciamo semplicemente che coloro che svolgono professioni di aiuto sono esseri benedetti da un più grande amore per il prossimo non risolviamo nulla, poiché non è vero, e d'altronde non tutti sono cristiani osservanti mossi dalla convinzione che l'amore verso il prossimo, manifestato aiutando gli infelici, sia il principale comandamento divino. Devono essere persone dalla struttura psicologica molto speciale quelle che scelgono come lavoro il confronto quotidiano con alcune delle polarità fondamentali dell'uomo: adattamento-disadattamento, successo-insuccesso sociale, salute-malattia. Chi esercita una professione assistenziale ne è certamente più affascinato di altri per motivi soggettivi che ne influenzano l'operato tanto più quanto meno, di essi, se ne è consapevoli.

 

(*) Parte consistente del presente scritto, pur non risultandone espressamente indicati i passaggi e le citazioni relative, è tratta direttamente dal testo recensito.

La prima parte di questo lavoro è un'indagine riguardo le influenze che sul pensiero di R.D. Laing avrebbero esercitato alcuni maestri della Psicoanalisi, specialmente sulle sue concezioni più progressiste concernenti il tema della "malattia mentale". Influenze non sempre sufficientemente esplicitate e riconosciute, anzitutto dallo stesso Laing. Di qui il titolo del libro. Il riferimento all'ombra ha tuttavia un'ulteriore dimensione di senso: se da un canto indica infatti il destino, all'interno del suo pensiero, del contributo intellettuale di coloro che furono i suoi maestri, dall'altro caratterizza, almeno in parte, quanto occorso alla sua stessa opera, oggetto di un crescente "adombramento" messo in atto dall'establishment psichiatrico e psicoanalitico, e più in generale da quegli ambienti che tutt'oggi professionalmente si occupano di malattia mentale. Anche questi aspetti vengono qui discussi, nella seconda parte, seguendo un variegato itinerario in cui al resoconto di esperienze vissute nell'incontro con il carismatico maestro, il personaggio Laing - narrate da  uno degli Autori - si alternano riflessioni sul complesso e al contempo innegabile rapporto che emerge tra la vita e l'opera dello psichiatra scozzese. Un rapporto        di cui recano testimonianza soprattutto gli scritti di carattere più intimistico (quali   "I fatti della vita" e "Conversando con i miei bambini") pubblicati da Laing quando era ancora all'apice della sua fama, ovvero poco prima dell'inizio del tormentato declino che ha caratterizzato - a partire dalla metà degli anni '70 sino alla sua morte avvenuta nel 1989 - la parabola umana ed esistenziale di una delle personalità comunque più affascinanti e significative per la cultura e la prassi delle “scienze sociali” del XX° secolo.

L'idea di creatività evoca il senso del nuovo, del diverso, dell'epifania di qualcosa che  rompe con ciò che è noto, col passato. In realtà, - come un'innumerevole varietà di studi psicologici condotti sul tema della creatività, soprattutto in quella sua declinazione specifica che viene definita in ambito cognitivo come insight, hanno mostrato - creare è piuttosto dare una nuova forma ad elementi preesistenti che vivevano in maniera irrelata, sparsa - per così dire - poichè il processo creativo è piuttosto un processo di unificazione, di sintesi. Un processo tanto “erotico” quanto “ermetico”, dunque, se si considera che Eros ed Ermes erano le divinità, nel mito greco, preposte a stabilire connessioni. Se così stanno le cose, è necessario rivedere quell'immagine che suggerisce, talvolta   persino spinge, ad una certa violenza, in nome dell'essere creativi. In altre parole la creatività forse non è affatto in antitesi col bisogno di continuità, che pure condiziona il nostro vivere quotidiano, testimoniando di sé attraverso la ripetizione, l'abitudine, la conservazione e la protezione di quanto sinora è stato. Del passato. Si può allora immaginare che proteggere, custodire, restaurare ... siano  azioni che piuttosto contribuiscono al processo creativo, alla configurazione di un avvenire - un'intuizione che spazza via d'un solo colpo tutte le più o meno grossolane antitesi che il pensiero opera tra l'idea di progresso e quella di regresso, così come tra passato e futuro, tra eroi conservatori della cultura ed eroi innovatori ...                                                                 Anche l'idea che il processo creativo implichi necessariamente qualcosa di trasgressivo ne sortisce depotenziata, almeno nella sua connotazione forte, evocativa di chissà quali prodezze, di superamento di ostacoli e di tabù. Il tabù       di fondo risulta essere piuttosto, se osservato da una certa angolatura, il pieno riconoscimento di una disarticolazione, di un nesso mancante. Di un vuoto di relazione. Il processo creativo può essere allora descritto come un'azione dell'amore che colma, che sana e riempie quel vuoto, configurando nuove connessioni. Qui si unificherebbero una molteplicità di strade. Non senza ripercussioni anche - soprattutto - sul linguaggio. Non perché debbano necessariamente fare la comparsa parole nuove, nuove forme di espressione          o nuove concezioni: talvolta è sufficiente che cambino il tono, la risonanza, la pienezza, di quelle vecchie. Accade allora che le vie dell'affettività e dell'intelletto (ancora, qui, parliamo di amore e psiche) tornino ad intersecarsi.         Ci vorrebbero studi che approfondissero la conoscenza del rapporto che sussiste tra tono, espressione, risonanza - caratteristiche che definiscono l'aspetto emozionale, non verbale, della comunicazione tramite parole - ed il loro significato letterale - secco, per così dire – supposto che un tale significato possa realmente sussistere. Forse si scoprirebbe che non c'è soluzione di continuità tra questi due aspetti, collimando con l'esperienza che ciascuno di noi ha ripetutamente fatto di quanto, all'interno di un dialogo tra due interlocutori, il significato delle parole talvolta conti assai poco, risultando viceversa decisivo l'elemento relazionale, espressivo-emozionale. Meglio un vocabolario povero di parole ma ricco di anima*, si potrebbe essere tentati di commentare in forma aforistica. Poiché non è tanto il vocabolo a configurare un significato quanto quell’ineffabile fattore al contempo emozionale e relazionale per il quale non trovo una parola migliore di questa. Dunque non la mia o la tua anima. E neppure la nostra. Poiché l'anima non è un possesso, sebbene talvolta se ne parli come se lo fosse.

 

* Si rimanda al breve scritto, contenuto in questa stessa sezione, intitolato Che cos’è la psicoterapia?