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Trascrizione I parte (Milano, marzo 2016)

INTRODUZIONE

Jim Newman – Quindi, ora … qui… discuteremo di non dualità. La non dualità è un paradosso … non sarà detta effettivamente, ma le parole possono puntare ad essa. E ciò che indicano le parole è … questo. Questo, sorprendentemente, è perfetto. E’ completo, è il paradiso … (ripete ‘paradiso’ in italiano, riecheggiando il traduttore, ed inizia a ridere ...) Questo non viene riconosciuto … perché all’interno di questo … sorge un senso di separazione, un centro … che spesso viene chiamato io. E quando sorge l’io, in questo, questo appare essere qualcos’altro rispetto a ciò che è … sembra essere una storia, sembra essere la mia storia. La mia storia è una storia del giusto e dello sbagliato, di cose belle e cose brutte … è la storia di far funzionare la mia vita, di farla andare per il verso giusto … e sento di dover far funzionare la mia storia perché c’è questa sensazione di scontentezza, di essere disconnesso dal tutto… quello che la non dualità dice è che questo è un’illusione. La separazione per la verità è una incomprensione psicosomatica … E’ un’incomprensione il fatto che c’è un soggetto all’interno del corpo che percepisce il resto come un oggetto al di fuori del corpo. E il suggerimento è che quando questa incomprensione svanisce, scompare, quello che rimane è questo … e questo è in qualche modo già conosciuto – conosciuto non è forse la parola giusta – ma è già ovvio … quindi parlando di questo, discutendone, il senso di separazione può allentarsi e svanire, oppure no … …

D – Vivere nella non dualità … significa essere l’osservatore?

R – no … nessuno vive nella non dualità … quello che effettivamente viene detto è che c’è solo la non dualità … l’esperienza del dualismo è un’apparizione, un’apparenza, non è reale … questo è il messaggio … nessuno vive nella non dualità, questa è la non dualità…

D – intendi questo… intendi questo momento, questa forma, quest’apparizione … ?

R – non c’è mai stato nient’altro al di là di questo … è la totalità, è tutto, tutto quello che sta accadendo lì … questo intendo tutto ciò che è … questa è l’incomprensione, che c’è qualcosa al di là di questo …

D – e chi fa esperienza di questo?

R – nessuno … non è un’esperienza… l’esperienza è sempre “soggetto- oggetto” … e il soggetto è completamente irreale … in realtà c’è solo tutto, la totalità … non “qui-lì”, semplicemente ciò che è … semplicemente tutto … che è questo…

D – e le nostre forme fanno parte di questo?

R – sì, tutto fa parte di questo … in verità non c’è una parte, c’è solamente ogni cosa …

D – (posso fare una domanda …?) chi o cosa percepisce in me?

R – nulla, niente … (risate tra i presenti)

D (non tradotta)

R - non puoi trovare questo perché non è mai stato perso … quello che sta accadendo lì (indica con il dito l’interlocutrice) è questo … è questo il punto … è questo

D – ma devo vederlo … devo percepirlo …

R – il voler fare esperienza di questo lo rende ciò che non è … quello è già questo … non c’è niente di nascosto … il problema dell’io è che si sente sbagliato, si sente separato dal tutto, quindi scontento, inappagato … quindi pensa che deve trovare qualcosa che però è nascosto … così che questa cosa lo renderà completo … e questa cosa nasconde la realtà … la realtà che questo è già totale, è già completo…

D – quando dici io c’è qualche differenza con il sé spirituale?

R – non ho alcuna idea di questo … qual è il sé spirituale?

D – per esempio viene detto - no? - che tu hai un ego, però devi cercare di trascenderlo, devi identificarti con il sé superiore …

R – ogni sensazione di lavorare con il sé spirituale, con l’ego, nasce dalla separazione, dal bisogno del sé separato … questo non ha bisogno di niente … non ha bisogno di essere un sé spirituale, un sé egoico … non c’è bisogno di nessun sé …

D – è pertinente dire “lascia andare”?

R – lo sarebbe se qualcuno potesse farlo … l’unico che vorrebbe che accadesse non può farlo …

D – ma il riconoscimento accade?

R – sì … e no …

D – cosa annebbia il riconoscimento, se c’è qualcosa che lo annebbia, che lo nasconde …?

R – ciò che nasconde il realizzare questo come la totalità, come ogni cosa, è la ricerca … per l’io separato questo non è abbastanza, si sente incompleto … quindi cerca ciò che pensa sia mancante … e ciò nasconde la realtà, il fatto che è questo … non solo nel senso che questo è il ‘paradiso’ … ma è questo nel senso che è tutto ciò che c’è …

D – per qualcuno non è abbastanza, forse …! (ride)

R – no…

D – se la non dualità non può essere conosciuta in nessun modo, come puoi reclamarla come esistente? … deve esserci un riconoscimento …

R – sì, c’è un riconoscimento che non c’è … ma non c’è il sapere che c’è solo uno … questo messaggio non è logico, e non vuole esserlo …

D – è meglio?

R – no …

D – la tua vita è migliore da quando hai riconosciuto che non sei una persona?

R – solo l’io vive in un mondo di giusto e sbagliato, di meglio e peggio … ed è quello,quello che lo mantiene nella ricerca … la sua vita è molto semplice … cercare di evitare il dolore e continuare le esperienze piacevoli … e crede che può trovare la felicità ripetendo il piacere più spesso che può … è questo che tu chiedi… è quello, che cerco? … no… è la fine del bisogno che questo sia in qualche modo particolare, di cambiarlo in qualunque modo … e non è meglio, è semplicemente ciò che è …

D – c’è un bisogno di comunicare questo?

R – nessuno lo comunica

D – ma la comunicazione accade …

R – sì, come ogni altra cosa …

D – mi viene da chiedere se c’è un collegamento tra … il fatto di condividere questo messaggio e la realizzazione … anche perché molte persone che hanno realizzato questo … dicono che … c’è come il bisogno di comunicarlo, perché le persone sono state guidate male da … da una falsa verità, e bisogna riportarle - insomma - nella … a quello che è la totalità …

R – non c’è una verità … una verità è una storia … quando viene riconosciuto che non c’è nessuno, nello stesso tempo viene riconosciuto che non c’è mai stato un qualcuno … il che rende ovvio il fatto che nessuno ha mai fatto una scelta… quindi nessuno ha mai scelto di parlare della non dualità … … ci sono altre domande?

D – quello che tu dici ha molto senso per me … mi chiedo se non è ancora un’altra illusione per il me … perché tu dici che l’io cerca di evitare il dolore e cercare il piacere … e questo tuo messaggio in un certo senso lo aiuta in questo, perché gli toglie tutto un senso di pesantezza … non devo preoccuparmi di niente … è tutto perfetto …

R – provaci! prova a vivere nel modo in cui tu hai detto …

D – io lo faccio sempre …

R – allora perché sei qui, se ti riesce? è impossibile, l’io non può farlo … all’io sembra che questo messaggio lo stia illudendo, ma in verità l’io è spaventato da questo messaggio perché se lo ascoltasse veramente morirebbe…

D – infatti … il riconoscimento non è questo - la morte dell’io ?

R – il riconoscimento è che non c’è mai stato un io … non c’è un io … l’io è solo una sensazione nel corpo … non ha alcuna realtà …

D – è un’idea?

R – non è un pensiero né una credenza …

D – tu chiami la non dualità anche il ‘paradiso’, la ‘perfezione’ … sembra qualcosa di positivo … quindi c’è positivo e negativo …

R – in realtà questo non può essere definito, descritto … proprio perché non puoi descrivere com’è quando non c’è un io … perché ogni descrizione sarà solo una parte dell’apparenza … mentre la realtà è così immediata, è la totalità … e c’è un’energia in queste parole che va oltre il bisogno dell’io, del piacere e del dolore … e proprio questo andare oltre tocca qualcosa di profondo …

D – mi viene da ridere perché non so più di che cosa stiamo parlando …

R – è completo ..! (risate)

D – è come se ci fosse una certa difficoltà a lasciarsi andare …

R – è impossibile

D – impossibile cosa?

R – il lasciarti andare

D – allora … la ricerca non funziona… il lasciarsi andare non funziona… (risate)

R – l’io separato è completamente senza speranza … la sua situazione è senza speranza … ovviamente è anche allo stesso tempo terribilmente triste … lo ‘scherzo’ è che niente è andato perso … mentre l’esperienza per l’io separato è che tutto è andato perduto …

D – l’io separato o il senso di separazione?

R – è la stessa cosa … l’io e la separazione sono la stessa cosa

D – dopo il riconoscimento della non dualità c’è qualche argomento che … tipo la fisica quantistica, la struttura della materia … che ti sta interessando?

R – non c’è alcun io … non c’è nessuno lì … quindi che cosa dovrebbe cambiare dopo che… quando è riconosciuto che non c’è mai stato? non c’è assolutamente niente di speciale qui … quello lì (indica l’interlocutore) invece è speciale, perché pensa di sapere qualcosa, di conoscere … e quando viene riconosciuto non c’è alcun sapere … non c’è mai stato … quindi niente cambia, perché è ciò che è ora …

D – ma quel corpo ancora va a dormire, mangiare … e - spero per te - che fa anche l’amore…

R – è esattamente come lì … anche li - in ‘te’ - ora c’è questo spontaneo fluire… questa tua domanda è lo spontaneo fluire del nulla … ma quando sorge questa domanda c’è poi anche il reclamare che è mia, che l’ho fatta io, l’ho decisa io, che riguarda la mia vita …

D – devo confessare che spesso c’è il riconoscimento che quello che accade non sono io a farlo … c’è una sorta di gap tra ciò che accade, tra ciò che dico, faccio e ciò che sono … e questo spesso mi fa sentire triste … ma spesso in questo caso c’è una ricerca … devo ammettere che - appunto - non so perché questo sta uscendo fuori di me, fuori dalla mia bocca … tu quindi stai dicendo che noi siamo come interessati a riscoprire ciò che già siamo, e non c’è nient’altro …

R – no … (prende in mano un bicchiere) vedi … tu pensi di sapere che cos’è questo … di sapere tutto… questo è noioso … quando non c’è più l’io questo viene visto come qualcosa di spettacolare … come qualunque altra cosa … è sempre stato meraviglioso, quindi niente cambia … … anche il senso di separazione e il sapere sono qualcosa di meraviglioso …

D – (ridendo) ti amo ! … è una piccola soddisfazione … (risate)

D – le attività della mente come ad esempio il catalogare, dare nomi … ha a che fare con l’io?

R – no

D – sono disconnessi?

R – i pensieri semplicemente sono pensieri, sono informazioni … stessa cosa con le emozioni e le sensazioni… non hanno una qualche importanza …

D – e cosa … nel momento in cui appaiono queste cose … cosa giudica giusto o sbagliato?

R – l’io … la separazione … la separazione giudica… l’io separato vive in un mondo di giusto e sbagliato, bene e male … fuori dal senso di separazione, della scontentezza, c’è questa storia, la mia storia … e la mia storia ha uno scopo e un significato … è la soluzione al problema della separazione, questo scopo e significato - dal mio punto di vista - … quindi tutto, nella separazione, viene visto come giusto o sbagliato, e tutto viene incasellato secondo … queste (cose) qua, e quindi tutto quello che supporta la mia storia viene considerato giusto, tutto quello che la danneggia viene considerato sbagliato … come se nella mia vita ci sono dei segnali stradali … quando la separazione svanisce, e viene riconosciuto che non c’è mai stata la separazione – perché non c’è separazione – il bisogno di vedere tutto come giusto e sbagliato svanisce …

D – quindi è come … come se - per esempio - guardando un albero esistesse contemporaneamente … l’albero in quanto tale e il non albero … nel senso della forma, del colore, di come è composto … e contemporaneamente il fatto che non è niente di tutto questo …

R – non comprendo …

D – mi sono sempre chiesto come sarebbe guardare un albero senza sapere che è un albero

R - è questo, il problema … questa è la separazione … quando l’io svanisce, non c’è alcun io…

D – scusa… hai detto … quando l’io svanisce … non c’è più un io che da nomi?

R – beh … il cervello può nominare le cose … dare nomi ancora accade … … quello che stiamo indicando è il bisogno dell’io di avere questo come qualcosa che conosce … vive nel mondo del sapere - l’io – perché ha bisogno di sapere …

D – questo… del bisogno del sapere mi è chiaro … ma non mi è chiaro come possa funzionare, questa manifestazione, senza questo bisogno di sapere, di conoscere … e la mia relazione con tutto questo mondo …

R – non c’è alcun bisogno di sapere ora … è solo una sensazione dell’io separato questo senso di voler sapere… il sapere è una sorta di protezione … quindi credi che se sai tutto puoi controllare tutto … il senso di separazione, l’io, sa che morirà … e cerca di conservarsi … il modo in cui lo fa è il sapere … ma non cambia nulla … pensare di sapere ciò che questo è non cambia ciò che è … non è che fa accadere qualcosa e non accadere qualcos’altro … se funzionasse come il senso di separazione pensa che dovrebbe, sarebbe sempre felice allora …

D – io pensavo questa mattina… lavorando … cercavo di inserire quello che diciamo qua all’interno del mio vivere il lavoro… lavorando… è proprio tutta una lotta sul sapere… non sapere… cosa fare… come fare… in quello non riesco a far entrare …

R – questo messaggio non è utile … e non è per nessuno… qui non viene suggerito che tu dovresti smetterla di sapere chi sei … o che dovresti smettere di sapere quello che è un bicchiere o che dovresti vedere tutto come un mistero, come inconoscibile … è solo una descrizione del funzionamento dell’io, è solo questo … e questa funzionalità accade fino a quando non accade più … è proprio come l’io … l’io è fino a che -a un certo punto - non esiste più … e devo dire che quando l’io svanisce, quando c’è che questo riconoscimento che l’io non c’è, viene riconosciuto anche che l’io non c’è mai stato… ho risposto alla tua domanda?

D - … non è stata utile ..! (risate)

D – quindi … l’unica spiegazione plausibile dell’illusione è … permettere il riconoscimento dell’illusione stessa?

R – no… non c’è alcuna ragione per niente… e non c’è alcun bisogno che questo sia riconosciuto…

D – (non tradotto)

R – no, non è un concetto astratto il fatto che questo non ha alcun significato … questa apparizione, proprio ora, è completamente vuota, non c’è niente dietro di essa …

D – ok … e perché appare come piena?

R – non c’è alcun perché …

D – ma questo che tu dici non è un’altra etichetta che tu dai al mistero, a questo inconoscibile …? è solo una curiosità sincera, non sto cercando di sfidarti o … se è innominabile, sconosciuto , senza nome … perché dovremmo dargli un nome?

R – non è un nome… non è chiamato infatti unità … infatti viene chiamato non due … tutte le ‘risposte’ che sono date non sono risposte perché sono inutili … quello che fa è distruggere i concetti … toglie il sottosuolo … … il senso di sé separato pensa che  deve trovare qualcosa … “perché, come” … vive in una realtà soggetto-oggetto … non  c’è alcun soggetto … è solo un’assunzione, un’incomprensione … è uno sforzo che sta proteggendo sé stesso …

D – ma questo anche quando eravamo scimmie … nell’evoluzione c’è sempre questa mancanza di significato …?

R – sì, c’è sempre questa mancanza di significato in tutto… solo l’io ha bisogno di significato … solo la separazione ha bisogno di significato … perché deve trovare una soluzione …

D – al dolore … ?

R – ai suoi problemi … a sé stesso … in verità non c’è alcun problema … il dolore è dolore, non è un problema…

D – e questo non è come regredire allo stato di una pietra … ?

R – no assolutamente … non è regredire alla condizione di una pietra … perché non c’è una condizione …

D - … c’è solo quel che è …?

R – solo quello che è … (ridendo e mimando) “sono una pietra…!”

D – quindi … cos’è che rende questo insegnamento così attraente, sebbene sia così… inutile? (risate)

R – giusto per essere pedante, non è un insegnamento … perché non offre niente, non offre nulla da raggiungere … ma è la cosa più meravigliosa al mondo ascoltare ciò che è … c’è qualcosa nel cervello che registra… c’è qualcosa che dice …“wow!” … sì, assolutamente … …

D – quando accade il riconoscimento …. cade il senso di separazione … l’io continua ad esistere?

R – no …

D – quindi muore ..?

R – muore … ma è anche riconosciuto – intendo letteralmente – che non c’è mai stato, non è accaduto … quindi il riconoscimento non accade … quindi la liberazione non accade … la liberazione è il riconoscimento che non c’è nulla e niente da liberare … l’io separato - l’io - sta sempre aspettando che qualcosa accada … ma niente accade, è questo…

D – e cosa disattiva l’io?

R – poiché non c’è mai stato, non c’è niente da disattivare … questo è un messaggio completamente incredibile … non puoi credere a questo messaggio, perché lì c’è l’esperienza che ci sia qualcuno … “io, io …” - che c’è qualcuno lì dentro – “io so, io faccio …” - ma in verità non c’è alcun io …

D – ma l’apparenza è fatta dall’io? è costituita dall’io?

R – no … l’apparenza è solo un’apparenza … è semplicemente ciò che sembra accadere … questo non ha bisogno di un io …

D – ma per farlo diventare un gesto di danza sì …

R – che cosa intendi?

D – nel senso che … ok, questo è un movimento delle mani, ma … lo stesso movimento fatto da un ballerino ha bisogno di un io …

R – l’io non ha mai fatto niente … non c’è l’io … l’unica realtà dell’io è la sua esperienza … e questa esperienza dell’io è completamente un’illusione …

D – quindi un ballerino non ha bisogno … non avrebbe avuto bisogno … dell’io, del bambino … per diventare …

R – sì esattamente … nessun bisogno … l’io è completamente inutile, completamente inutile (ride)

D – quindi il desiderio di ‘spegnere’ l’io viene dall’io …

R – sì, assolutamente… solo l’io fa esperienza di questo come qualcosa di imperfetto …

D – pertanto la perfezione è … il momento … questo domandare, la risposta che accade …

R – assolutamente sì …

D – e noi non siamo l’osservatore…? che cosa siamo noi … non esistiamo?

R – sì, esattamente

D – quindi la perfezione è toccare, udire - tutto – parlare … è condividere…

R – non c’è niente al di là di questo… è tutto ciò che è …

D – incluso le uccisioni, assassinio di palestinesi … gas …

R – naturalmente … si chiama amore incondizionato … l’io vive in un amore condizionato … questo è “buono” perché è in accordo con quello che riguarda la mia vita, questa cosa è “sbagliata” perché non è in accordo con quello che penso sia giusto riguardo la mia vita… ma l’amore incondizionato è assoluto caos…

D – ma la vita ha un valore in sé stessa?

R – niente ha valore … oppure possiamo dire che tutto ha valore … non ha importanza … niente è separato

D – quindi … se io ti aggredisco … la tua reazione sarebbe di difenderti … da dove viene il concetto di proteggersi …

R – dallo stesso posto da cui viene questa domanda … nulla, dal nulla … è ciò da cui tutto viene … non è che il nulla si trasforma in qualcosa … questo, la totalità, ogni cosa che sta accadendo è il nulla che accade…ma non puoi capirlo … “non comprendere ..! “ (lo dice in italiano, seguono risate) …

… grazie per essere stati qui

riflessioni introduttive alla presentazione degli articoli presenti nella categoria intitolata "non dualità"

Una volta che qualcosa del pensiero "non duale" si sia infiltrato nel modo di concepire e immaginare le cose ... non è più come prima, non può più esserlo.

Anche se la resa dell’ io è ben lungi dall’essersi realizzata, qualcosa sembra corrodere di continuo le sue fondamenta. Una resa, peraltro, ovviamente irrealizzabile, se davvero l’ io è soltanto un’illusione. Che fare, allora, oltre che attendere la..."morte"? 

Una "morte" ugualmente irraggiungibile, chimerica, come tutto il resto …

L’Advaita traduce pragmaticamente l’idea - tipicamente benché non esclusivamente buddista - che l’attaccamento sia alla radice della sofferenza.

L’attaccamento è incorreggibile con la volontà.

Solo l’amore può "guarirlo". Ecco allora emergere imperiosa la verità che solo l’amore realmente opera, ovvero trasforma.

Alla domanda “cos’è l’amore?” non è tuttavia possibile dare alcuna risposta. E questo “spiega” come mai l’ io, ovvero il Cercatore di Verità per antonomasia, non possa essere mai soddisfatto. 

Le parole non sono in grado di appagare la sua fame, poiché non è di parole che egli ha fame. Sforzarsi di formulare risposte verbali soddisfacenti alla domanda fondamentale dell’io è, in ultima analisi, uno sforzo totalmente inutile.

La mente – e l’ io è proprio questo – si nutre di parole, compreso quelle dei maestri di Advaita. La differenza la fa semmai una sorta di risonanza intima, indescrivibile, che sembra accadere più frequentemente laddove “… due, o più, sono riuniti nel mio nome” (Mt, 20).

Eppure in ultimo è incidentale anche il numero - la presenza di un'apparente molteplicità. L’io stesso è un’entità plurima, non certo indivisa. Pertanto c’é motivo di credere che le “trasformazioni” conseguite nel contesto di una gruppalità meramente esteriore siano sovente poco durature e  bisognose di rinforzo.

Ma allora siamo in presenza di una sorta di rituale collettivo essenzialmente suggestivo, scenico.

Le psicoterapie di gruppo - non diversamente da quelle individuali - rappresentano delle varianti di tali rituali. Parimenti può dirsi dei comuni  raduni - o satsang - che sovente si tengono intorno alla figura di un Maestro.

Jim Newman e Tony Parsons sono due ‘maestri’ esemplari. 

L’abilità di un maestro in tali circostanze consiste soprattutto nel riuscire a rispecchiare l’incongruenza tra l’aspettativa egoica e quel "nulla" che sempre si sottrae alla presa del linguaggio, a discapito di qualunque tentativo di  oggettivazione della verità.

Piuttosto che di “bravi maestri” si dovrebbe parlare di circostanze propizie alla "trasformazione", indipendentemente da chi sembrano esserne i "protagonisti".

Tuttavia anche questa formulazione è ingannevole, essendo solo un’approssimazione verbale.

In verità nessuna circostanza è più propizia di qualunque altra, poiché nulla veramente accade, o – se si preferisce – nulla è mai realmente diverso da sé stesso.

Oggi l’Io è una mente che ha esaurito tutte le risorse. L’unica strada è che l’Io si apra alla possibilità della grazia e di un rinnovamento che potrebbe allora aver luogo in sua assenza. In assenza dell’Io, nel suo vuoto, il flusso immaginale potrà scorrere liberamente 

(J. Hillman 1967, "Senex e Puer")

La non dualità non è una dottrina psicologica, non è una religione, non è una filosofia. Non è neppure una “visione del mondo”. Non è, inoltre, un sistema di pensiero né una mappa cognitiva che consenta di orientarsi su un qualsiasi territorio – ovvero nell’ambito di qualunque genere di esperienza concretamente vissuta. E’ solo un concetto che vuole additare a qualcosa di inconcepibile, destinato a restare fondamentalmente inesprimibile tramite l’uso del linguaggio.  

Il termine “non dualità” è la traduzione del sanscrito “ad-vaita”, non-due. Sarebbe però fuorviante credere che tratti di qualcosa di misterioso ed esoterico,  che ha a che fare specificamente con l’Oriente ed alcune forme di religiosità o di  concezione psicologica e/o filosofica che abbiano le loro radici in quel terreno. Qualcosa di simile è stato infatti espresso sin da tempi antichi anche in Occidente, e non è pertanto necessario ricondurne la matrice ad un preciso contesto culturale,  etnico-antropologico o geografico. L’intuizione di fondo è che, pur essendo giusto distinguere tra un soggetto e un oggetto all’interno di qualunque processo conoscitivo, la loro radicale separazione è qualcosa di sostanzialmente artificioso e illusorio: che tra osservatore ed osservato sussista un rapporto assai più intimo di quanto possa sembrare.  Questo enunciato collima, peraltro, con quanto indicano la gestalt, la “teoria dei sistemi” e la stessa fisica contemporanea –  quella “meccanica dei quanti” che  ha ormai rinunciato all’idea di una conoscenza obbiettiva, che possa cioè prescindere  dal ruolo e dall’influenza decisiva dell’osservatore e della sua strumentazione ai  fini dell’indagine.  Ma questo non è tutto.  Poiché non solo la distanza spaziale ma anche quella temporale, che caratterizza ogni processo trasformativo, contribuisce ad alimentare un illusorio senso di separatezza. Ne è un valido esempio (fatto dal prof. Bergonzi*, da cui qui lo riprendo) quello dell’ente denominato con la parola rosa, che ieri era un ramo spinoso, oggi è un fiore profumato e domani sarà spazzatura maleodorante.

La questione di fondo è che il linguaggio, nel denotare oggetti in quanto entità circoscritte (onde rendere l’esistente indicabile e opportunamente fruibile) alimenta l’idea illusoria del sussistere di una qualche sostanza:  qualcosa di consistente spazialmente definito ed isolato, nonché stabile e durevole nel tempo.  

Ciò vale, naturalmente, anche per quel che attiene il mondo delle relazioni umane, dei rapporti tra le persone. La non dualità mette in discussione l’esistenza della persona – intesa come un me o un io individuale facente capo ad un corpo fisico – come entità separata da tutto il resto, in quanto non-io e/o mondo esterno.

In merito alla questione, navigando in rete si possono trovare spezzoni di filmati in cui alcuni soggetti “testimoniano” il messaggio “non duale” davanti ad un pubblico di cultori/interlocutori affascinati da quel che sembrerebbe essere qualcosa di autenticamente sentito e vissuto, per quanto solo approssimativamente descrivibile mediante il linguaggio della parola. Costoro affermano di non percepire (più**) di avere un io né un’identità ben definita, essendo ormai solo semplice presenza, testimonianza incondizionata di una vitalità naturale, irriflessa, dell’esistenza - un’esistenza per lo più indicata sinteticamente con la locuzione inglese what is, che si può tradurre in italiano come ciò che è. Pertanto non si considerano più – almeno è quanto affermano – individui, essendo il senso dell’individualità – la sensazione di essere un io/corpo o un me separato da tutto il resto - del tutto scomparso, almeno da un certo momento della loro vita, per fare posto a … nulla e a nessuno - ovvero alla vita stessa (naturalmente questo è solo un modo indicativo di riferirsi a qualcosa di indescrivibile).

La fine del senso di separatezza/dualità (la sparizione di una coscienza intrapsichica, riflessiva) implicherebbe anche che non ci sia più qualcuno né alcuna dialettica dei  “punti di vista” (che presupporrebbe il persistere della distinzione tra soggetto-oggetto all’interno  di qualunque processo conoscitivo), permanendo soltanto un semplice e ubiquitario essere/esperire totalmente impersonale.  L’affermazione - tutt’altro che tacita – comune a costoro è che l’accadere della vita sia essenzialmente sogno, apparenza, illusione, irrealtà: asserzione assimilabile a quella di gran parte delle religioni e delle filosofie Orientali – anzitutto il buddhismo, con la sua maya o “illusione cosmica” – ma anche, in Occidente (in un senso però più poetico che letterale) al pensiero di autori come W. Shakespeare e Calderon de la Barca per i quali “… la vita è sogno”, giungendo – ai nostri giorni – a quanto sostiene buona parte della scienza moderna, specificamente la succitata fisica quantistica, che mette in discussione l’effettiva esistenza della "materia". Le vicende degli uomini sarebbero soltanto storie - effimere “tessiture della maya” che non toccano in alcun modo la verità dell’essere, con la sua irriducibile, gratuita,  inestinguibile libertà e vitalità naturale.

Tutto è uno e tutto sorge - semplicemente ed estemporaneamente - senza che vi sia alcun senso, alcun processo, alcuna meta, alcuna direzionalità, né alcuno scopo.

Il “messaggio” non dualistico appare di una semplicità disarmante, tanto da risultare – è quanto viene sovente affermato – inafferrabile proprio a causa di tale semplicità. E d’altra parte chi potrebbe afferrarlo se, in realtà, non c’è nessuno? Naturalmente non c’è neppure alcun libero arbitrio. Inoltre tutto è - al contempo - reale e irreale. Tuttavia si parla sovente di Amore. Amore assoluto e incondizionato. Tutto è Amore, e qualunque “cosa” – dall’apparenza di quell’oggetto davanti ai miei occhi denominato ‘tavolo’, alla luce delle stelle disseminate nel cosmo - costituirebbe un invito a tale riconoscimento. A tornare a casa.

Una “casa” da cui peraltro nessuno si sarebbe mai davvero allontanato. A quel Paradiso che non sarebbe affatto altrove - in linea con quanto avrebbe affermato anche il Cristo dei Vangeli, al quale si attribuiscono le parole:

                                 “ Il regno di dio è già in mezzo a voi

(Lc. 17,21)

Inoltre non sussisterebbe – inteso in assoluto - alcun rapporto causale, nessuna conseguenzialità che connetta in qualche modo le cose e gli accadimenti tra loro. Che si tratti di sentimenti, di stati d’animo, di oggetti o di quant’altro … poco importa distinguere, in merito. Anche perché non c’è alcuna separatezza tra il mio corpo e la sedia su cui siedo. Così come non c’è  tra l’istante presente e il successivo. Anzi: non c’è neppure un istante successivo, poiché c’è soltanto questo. Ciò che è. Che è tutto e nulla, nonché – e al contempo - reale e irreale, assoluto e relativo.

Il messaggio non dualistico non avrebbe esso stesso alcuno scopo, naturalmente. Sarebbe pura condivisione: l’annuncio (la nuova “buona novella”?) di un’evidenza tacita, senza che venga effettivamente con-diviso nulla, poiché non sussisterebbe alcuna sostanziale distanza, nessuna separatezza, tra “me” e “te”.

Quello della non dualità - che come è stato già rilevato sarebbe la traduzione letterale del termine sanscrito a-dvaita, ovvero non-due - si pone come un “punto di vista” (sic!) sconcertante per il pensiero ordinario ma al contempo denso di feconde implicazioni. Adottandolo si “risolverebbero” tutti i “problemi” che crediamo di avere poiché - in realtà – di “problemi” non ne “abbiamo” proprio nessuno. Meglio ancora: non c’è nessuno che possa averne, essendo tutto - proprio tutto - 

                 “… soltanto il gioco dell’Uno che fa finta di essere Due

ovvero

           “ … nient’altro che uno scherzo divino e gloriosamente inutile

(T. Parsons)

Sebbene quanto sin qui delineato pur sommariamente costituisca forse il denominatore comune di qualsiasi approccio non duale, nei circuiti dell’ad-vaita contemporaneo si riscontrano delle posizioni piuttosto articolate e diversificate, tra coloro che possono esserne considerati i rappresentanti di maggiore rilievo. Per esempio, ad autori come Rupert Spira*** che contemplano l'esistenza di una coscienza/consapevolezza priva di oggetto (definita talvolta come “presenza mentale” o “io sono”) intesa come dato esperienziale irriducibile e originario, si contrappongono altri come T. Parsons e J. Newman**** per i quali persino il ruolo giocato da essa risulterebbe essere del tutto artificioso e illusorio.           

Concludo col ribadire l’assunto di base del messaggio “non dualistico”: ovvero che le parole, in merito, possono solo “puntare” verso qualcosa d’inesprimibile – ad un quid troppo immanente, immediato, per poter essere adeguatamente espresso da qualunque genere di descrizione verbale. Questo accomuna parecchio qualunque discorso concernente la non dualità agli enunciati riguardanti tanto l’esperienza estetica quanto quella mistica (dal greco "mystikòs" = misterioso; "myein" = chiudere, tacere), poiché entrambi additanti qualcosa che è destinato a rimanere sempre e sostanzialmente indicibile.

Note

*Docente di Religioni e Filosofie dell'India all'Università «L'Orientale» di Napoli;  socio e analista del Centro Italiano di Psicologia Analitica. A partire dagli anni '70 Mauro Bergonzi si è dedicato all’approfondimento dei percorsi meditativi di varie tradizioni orientali quali buddhismo, vedanta, taoismo. Si veda, tra le altre, la breve videointervista pubblicata il 30 set 2016 in www.spaziolanimale.com (https://youtu.be/ZwGHCISiTaU)

**  "l’ultimo pezzetto, quando sentii per la prima volta parlare di non dualità… fu solo un riconoscimento retrospettivo che c’era una fine assoluta di tutte le esperienze, un niente assoluto, il nulla… ma certamente un tutto che è nulla e un nulla che è tutto. Era tutto quello che era. Non c’era riconoscimento di ciò che era, fu solo un grosso accadimento energetico. E poi - in seguito - ci fu un crollo, o dei glimpses, come degli aspetti di ciò che è o ciò che era stato coperto dal cercare ciò che è. E alla fine, certamente, non c’è un processo… perché alla fine - siccome questo non sta accadendo, ma sembra solo che stia accadendo - l’intero processo che porterà al fatto che niente stia accadendo è un’idea ridicola - che qualcosa può condurre al nulla. Quindi alla fine è riconosciuto che non c’è un processo, perché niente è mai in realtà davvero accaduto. Era solo un sogno, dal quale nessuno si sveglia, perché il sogno è il sognatore che sogna il proprio sogno" (tratto da un’intervista a J. Newman sulla natura del sé rilasciata a Vienna nel 2018, https://youtu.be/POytnSH0aUs)  

*** Tra i libri di quest’insegnante e praticante di origini britanniche di non dualità si suggerisce la lettura del volume edito nel 2018 da Astrolabio Ubaldini  col titolo: ”La natura della coscienza. Saggi sull'unità di mente e materia”

****Di questi due “messaggeri” (o speakers) di non dualità sono rinvenibili in rete parecchie interviste e videofilmati, dei quali diversi sottotitolati e/o simultaneamente tradotti dal  vivo in italiano. Tra questi ultimi si raccomanda la visione di almeno uno della serie di incontri tenuti da Jim Newman nel 2016 a Milano (https://youtu.be/yQrp9qmWgnQ). In questo stesso sito è presente la trascrizione della prima parte di quest'ultimo incontro.