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Di che sorriso sei

Pubblicità e Psicoterapia

Ci sono almeno due differenti modi di sorridere. C'è quello studiato, finto, posticcio - come quello che talvolta si ostenta davanti all'occhio di una fotocamera, considerato più appropriato alle situazioni pubbliche. C'è il sorriso spontaneo e inatteso, quello che spunta sul volto quando ve lo inducono improvvisamente un gesto, una parola, uno sguardo. Un sorriso che allora - come si dice in casi del genere - sgorga direttamente dal cuore. Non è solo una differenza superficiale ed esteriore. Si tratta di due mondi tra loro ben distinti. Chi si pensa - nel primo caso – stia osservando dall'altra parte e perché quel sorriso studiato, volutamente stampato sul viso? Chi si potrebbe offendere o infastidire se al suo posto, magari, figurasse un'espressione meno giuliva, magari un po’ attonita o addirittura velatamente triste, ma più spontanea, più vera? Si dirà che quello è il sorriso che in certe circostanze "non può mancare" - certo, sì ma... agli occhi di chi? Forse di una madre preoccupata di essere una buona madre e perciò in cerca di conferme nello sguardo sorridente e felice del figlio? Chi vorrebbe o dovrebbe proteggere quel finto sorriso? Quali sono i sogni e i bisogni di chi lo sciorina agli occhi di chi lo osserva? Che senso - se c'è un senso - veicola un tale sorriso?

Entro in banca. Sono in fila, in attesa che si liberi uno sportello. Mi cade l'occhio su di una locandina appesa ad una colonnina che è lì, nei pressi. Raffigura un gruppo di alunni delle scuole inferiori giulivi e sorridenti sopra i quali campeggia una scritta di questo tenore:

                   La banca entra nelle scuole per insegnare cos'è l'economia

Insorgono delle domande. A chi è destinato il sorriso di quei bambini? Cosa vuole esprimere? Letizia per quale buona novella? E' naturalmente un sorriso finto e posticcio, come lo è sempre quello delle immagini prodotte a bella posta per suscitare nello spettatore un'impressione positiva. Chi e come dovrebbe e vorrebbe impressionare tale sorriso, nelle intenzioni di coloro che l'hanno così voluto, “organizzato” e inserito in quel quadretto? Il primo dei due mondi cui si accennava prima è promosso e sostenuto da quel tipo di sorriso. Un sorriso che insegna che l'ipocrisia e la compiacenza sono raccomandabili, che occorrono agli occhi dell'altro (in tal caso il cliente che osserva) che per noi conta (quanto conta, del resto, l'economia nelle nostre vite!) ed è come se dicesse: "bambini sorridete! poiché (anche grazie a questo) farete tanta, tanta strada nella vita"

La psicoterapia non può stare dalla parte di questo mondo, se davvero vuol esser considerata per quel che dovrebbe essere in base a quello che in suo nome afferma di essere - ovvero la cura dell'anima*. Perché l'anima non si cura coi sorrisi posticci. Poiché l'anima è essenzialmente relazione - rapporto - e non c'è rapporto laddove vi siano compiacenza e ipocrisia. Eppure oggigiorno vediamo campeggiare dappertutto immagini simili, anche nel campo della psicoterapia, per com'essa ovunque si raffigura e si pubblicizza. Psicoterapeuti sorridenti, rassicuranti, benevoli e ostentatamente amichevoli, dallo sguardo accattivante, simpatico e bonario. La pubblicità detta canoni e forme di espressione che mal si conciliano con il compito ed il mestiere dello psicoterapeuta. Egli tuttavia dev'esserci, deve presentarsi, deve comparire - ovviamente - anche sui media, altrimenti rimarrebbe invisibile, di fatto inesistente. Tuttavia, dovrebbe farlo senza mai tradire la vocazione della sua professione e della sua materia di studio, che è la cura dell'anima. Una cura indistinguibile dall'autenticità nelle relazioni e dall'amore per la verità.

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* Si rimanda qui all’articolo inserito nella categoria “Immagini e Parole” dal titolo : "che cos'è la psicoterapia"

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