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Una cosa alla volta

motivazioni per cui preferire una modalità "esclusiva" di attenzione, specie nella relazione psicoterapeutica

Mi accorgo di coltivare una predilezione per un'attenzione esclusiva, tendenzialmente orientata ad incentrarsi su situazioni, cose, persone singole. Ad esempio: se decido di fumare non mi va di fare, contemporaneamente, altre cose (quali leggere, scrivere, ecc). Se ascolto una persona non mi va di rispondere al telefono. Se l'interlocutore è un mio paziente poi, solitamente spengo il telefonino, per evitare così di essere disturbato. Naturalmente sussistono delle eccezioni. Ma sono rare. Se durante la terapia il terapeuta decide - consciamente o inconsciamente - di tenere acceso il suo cellulare, sta accordando disponibilità alla possibilità che un evento esterno come una "chiamata" possa interferire  con la situazione, interagire con la relazione terapeutica. E’ una questione tutt'altro che banale. E' chiaro che in ogni caso possono accadere eventi del genere, ma è ben diverso se a ciò si accorda una disponibilità a-priori. Significa, in tal caso, che non si è inclini a salvaguardare l'interazione dalle intrusioni del mondo esterno; che non si opta per una completa esclusività della relazione in corso. Personalmente, se posso scelgo un tale setting - termine col quale in psicoanalisi si designa la cornice ottimale per lo svolgimento di una terapia - sulla base del desiderio di una massima reciprocità di attenzione. Quando parlo con qualcuno, squilla il  suo cellulare, e quel qualcuno risponde alla chiamata, avverto un'intrusione che genera una discontinuità nella comunicazione tra lui/lei e me. L'esperienza mi ha molte volte suggerito che tale intrusione non è quasi mai irrilevante, comunque. Se si fa attenzione alle circostanze in cui accade, alla relazione terapeutica in quel momento, si finisce spesso con l'avvertire come una risonanza, un rimando di senso caratteristico di quei fenomeni che C. G. Jung definiva sincronicistici. La situazione psicoterapeutica, ovviamente, offre una cornice elettiva in cui fare esperienza di ciò. Ma non è qualcosa di esclusivo di essa. Una cosa alla volta significa privilegiare una modalità di rapporto col mondo che consenta una più piena valorizzazione di tutto quanto caratterizza l'esperienza. Se non c'è un minimo di cornice tutto e niente, al contempo, parlano. Possiamo quanto meno immaginare un’attenzione completa, rivolta a tutto quel che accade in certi frangenti. Da un tale vertice la cornice di una terapia appare come un piccolo ritaglio di mondo, di quel più vasto, sconfinato “setting” che allestisce la vita stessa nella sua quotidianità. Credo che un individuo genuinamente interessato, appassionato alla conoscenza, non possa restare indifferente a tutto questo. Restringere il campo dell'attenzione (analisi) è allora, semplicemente, una modalità di valorizzazione della relazione a cui raramente siamo abituati. L'analisi non esclude tuttavia la sintesi, così come il singolare non esclude il collettivo. Una propensione al restringimento del campo dell'attenzione promuove però un ascolto più intimo non solo dell'altro col quale si è in relazione in quel momento, ma anche di tutte quelle “interferenze” che talvolta si manifestano. Esse stanno a ricordarci che esiste un mondo che si estende al di là di me e di te che ha connessioni significative con quel che sta accadendo proprio qui, ora, e che sembra concernere apparentemente soltanto me e te. Questo mondo - che talvolta resta sullo sfondo, talvolta s'intromette tra me e te - configura l’altro quale terzo escluso. L'orientamento “esclusivo” appare pertanto espressione del desiderio di stabilire una modalità simbiotica di rapporto: Soli, tu ed io. Tale "matrice" - a mio parere - offre la condizione ottimale per l'approfondimento conoscitivo, almeno fino a un certo punto. Il campo relazionale dovrebbe restare tale almeno finché non si inizia ad apprezzare il senso delle interferenze, delle “intrusioni” del terzo. Ad esse si è sollecitati a rispondere sempre, comunque - consciamente o inconsciamente. Tuttavia è evidente la differenza tra le due situazioni. Quel che appare come mero "disturbo" se non colto nella sua rilevanza significativa, non é più tale quando se ne intuiscano pur vagamente i nessi immaginativi con la relazione in corso. Un figlio non voluto può apparire come “disturbo”, all'interno di una coppia. Un disturbo che sovente si alimenta della sostanziale incomprensione che sussiste in ambedue i genitori circa la natura della loro relazione e delle connessioni che essa intrattiene col terzo in quanto resto del mondo.

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