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riflessioni introduttive alla presentazione degli articoli presenti nella categoria intitolata "non dualità"

Una volta che qualcosa del pensiero "non duale" si sia infiltrato nel modo di concepire e immaginare le cose ... non è più come prima, non può più esserlo.

Anche se la resa dell’ io è ben lungi dall’essersi realizzata, qualcosa sembra corrodere di continuo le sue fondamenta. Una resa, peraltro, ovviamente irrealizzabile, se davvero l’ io è soltanto un’illusione. Che fare, allora, oltre che attendere la..."morte"? 

Una "morte" ugualmente irraggiungibile, chimerica, come tutto il resto …

L’Advaita traduce pragmaticamente l’idea - tipicamente benché non esclusivamente buddista - che l’attaccamento sia alla radice della sofferenza.

L’attaccamento è incorreggibile con la volontà.

Solo l’amore può "guarirlo". Ecco allora emergere imperiosa la verità che solo l’amore realmente opera, ovvero trasforma.

Alla domanda “cos’è l’amore?” non è tuttavia possibile dare alcuna risposta. E questo “spiega” come mai l’ io, ovvero il Cercatore di Verità per antonomasia, non possa essere mai soddisfatto. 

Le parole non sono in grado di appagare la sua fame, poiché non è di parole che egli ha fame. Sforzarsi di formulare risposte verbali soddisfacenti alla domanda fondamentale dell’io è, in ultima analisi, uno sforzo totalmente inutile.

La mente – e l’ io è proprio questo – si nutre di parole, compreso quelle dei maestri di Advaita. La differenza la fa semmai una sorta di risonanza intima, indescrivibile, che sembra accadere più frequentemente laddove “… due, o più, sono riuniti nel mio nome” (Mt, 20).

Eppure in ultimo è incidentale anche il numero - la presenza di un'apparente molteplicità. L’io stesso è un’entità plurima, non certo indivisa. Pertanto c’é motivo di credere che le “trasformazioni” conseguite nel contesto di una gruppalità meramente esteriore siano sovente poco durature e  bisognose di rinforzo.

Ma allora siamo in presenza di una sorta di rituale collettivo essenzialmente suggestivo, scenico.

Le psicoterapie di gruppo - non diversamente da quelle individuali - rappresentano delle varianti di tali rituali. Parimenti può dirsi dei comuni  raduni - o satsang - che sovente si tengono intorno alla figura di un Maestro.

Jim Newman e Tony Parsons sono due ‘maestri’ esemplari. 

L’abilità di un maestro in tali circostanze consiste soprattutto nel riuscire a rispecchiare l’incongruenza tra l’aspettativa egoica e quel "nulla" che sempre si sottrae alla presa del linguaggio, a discapito di qualunque tentativo di  oggettivazione della verità.

Piuttosto che di “bravi maestri” si dovrebbe parlare di circostanze propizie alla "trasformazione", indipendentemente da chi sembrano esserne i "protagonisti".

Tuttavia anche questa formulazione è ingannevole, essendo solo un’approssimazione verbale.

In verità nessuna circostanza è più propizia di qualunque altra, poiché nulla veramente accade, o – se si preferisce – nulla è mai realmente diverso da sé stesso.

Si sente frequentemente parlare di forme specifiche di psicoterapia: da quella psicoanalitica a quella cognitivo-comportamentale; dalla umanistica alla sistemico-relazionale - solo per citare alcune delle tipologie oggigiorno più diffuse. Più di rado invece ci si sofferma semplicemente sul significato della parola stessa: psicoterapia. E' quello che faremo qui, brevemente, ritenendolo un'utile riflessione preliminare alla scelta della giusta terapia psicologica. La parola psicoterapia risulta dall'unione di due termini distinti: quelli di psiche e di terapia. Quelle di Terapia psicologica, o della psiche, risultano pertanto essere definizioni concise e pertinenti del termine "psicoterapia". Ma che cosa significano, a loro volta, "terapia" e "psiche"?L'etimologia di "terapia" rimanda al greco therapéia, derivante a sua volta da "therapéuein", ovvero "curare". Originariamente il termine era utilizzato tuttavia non solo in ambito medico, ma anche per indicare il "servizio religioso" reso alla Divinità attraverso il rituale e il culto, così come quello reso alla natura attraverso la coltivazione del terreno. Anche la parola “psiche” ha radici mediterranee, stando ad indicare in greco l'anima (psychè), ovvero quel "soffio vitale" - rappresentato talvolta come un'animaletto alato, spesso una farfalla - che caratterizzerebbe l'esistenza di tutto ciò che si evolve nascendo, crescendo e morendo, al cospetto di quanto si limiterebbe ad esistere in una forma intrinsecamente immobile e statica, sempre uguale a sé stessa - dunque disanimata. Fare della "psicoterapia” significa pertanto, letteralmente, prendersi cura dell’anima. Inevitabilmente viene da pensare all'ambito religioso, quando si parla di "cura dell'anima". Oggigiorno, tuttavia, quello di psicoterapia è diventato un termine che evoca un sapere specifico e circoscritto di tipo medico-scientifico, in un senso che tende pertanto ad occultare la radice di quanto esso era imputato originariamente a designare. Difficile immaginare un'antitesi più grande di quella esistente tra un ambito come questo e quello di tipo religioso, considerando anche l'etimologia stessa della parola religione: raccogliere, unire, collegare. Eppure psiche, lo ribadiamo, significa letteralmente proprio questo: anima. Ancora oggi, comunque, nel linguaggio laico di uso quotidiano, si parla talvolta di anima per indicare l'essenza di qualcosa; ed è in tal senso che possiamo intendere tale termine. E' da qui tuttavia che le strade iniziano a divergere, e che subentra quella che ai profani può apparire come la confusione, la babele dei linguaggi delle svariate forme odierne di psicoterapia: poiché ciascuna di esse riflette un'accezione particolare, una certa maniera di intendere l'anima - o l'essenza - della questione o del problema che è oggetto dell'attenzione del terapeuta nei confronti del suo paziente. Ogni specifico tipo di approccio psicoterapeutico colloca infatti tale "essenza" in un contesto definito, che diventa così l'oggetto privilegiato della sua indagine e del suo campo d'azione: come ad es. quello delle relazioni inter-personali e intra-familiari per l'approccio sistemico-familiare, oppure quello dell'interiorità e delle relazioni intra-psichiche (sino al cosiddetto in-conscio), per chi sia fautore di un approccio di tipo psicoanalitico o più genericamente psicodinamico; oppure quello del comportamento esteriore e visibile, per chi si attenga ad un modello cosiddetto comportamentistico. Per la scelta della terapia giusta non è pertanto in questione solo il tipo di problematica che affligge la persona, ma anche - soprattutto - un fattore di affinità psicologica, rispetto ad un certo modello di cura e di intervento.