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Non dualità, divenire e storia

E’ importante individuare forme di espressione linguistica adeguate per enunciare il più correttamente possibile il messaggio non duale. Per dirlo con una metafora: è importante che un cartello di segnalazione sia ben scritto e ben collocato, per svolgere adeguatamente la sua funzione. Anche se, in effetti, non ci si può realmente “perdere” - nel senso che non può accadere nulla che non sia Questo. La vita funziona bene anche senza che nessuno cerchi di “spiegarla”.

Il riconoscimento dell’assenza di un centro - di una posizione permanente, stabile - ha delle conseguenze di portata incalcolabile. Non c’è più nulla, dopo, che attenda “autorizzazione” per manifestarsi. Naturalmente anche prima era così, sebbene non visto. Apparentemente non cambia nulla. La vita continua come sempre, coi suoi accadimenti quotidiani e la sua “routine” sia fuori - nel cosiddetto mondo esterno - che dentro – in sé stessi. Eppure, al contempo, tutto è radicalmente differente. Sempre meno sussiste quell’apprensione per cui ci si “anima” quando le cose non vanno come “dovrebbero”.  In un certo senso è la morte, a prendere il sopravvento. Si inizia a realizzare così che davvero la morte non è un accadimento. Che non succede mai, essendo sempre presente. E’ un cambiamento di prospettiva sottile ma radicale. Talmente radicale da risultare letteralmente “inestimabile”, e sottile al punto da non essere affatto “apprezzabile”.

L’andamento del divenire è riconosciuto nel suo essere spiraliforme, consistendo in un movimento apparente “intermedio” tra linearità e circolarità. Così a rigore non c’è un ritorno nel vero senso del termine, quanto piuttosto un apparente richiamo. Tutto ciò anche se non è immediatamente visto è colto in retrospettiva. Ma anche in prospettiva: poiché non dualità vuol dire, in termini temporali, cessazione sia di un “andare verso” che di un “venire da”. E’ la fine del tempo. Per la logica ordinaria ciò è inconcepibile. In altre parole il tempo sviluppa, srotola, svolge … l’infinito che sempre è, e non-è.

Il messaggio non duale è sovente accolto con irritazione e fastidio, se non proprio rabbia o ostilità, quando viene espressamente tematizzato e/o enunciato. E’ di quelle “cose” che non si vorrebbero mai sentir dire perché, oltre che suonare un po' "folli", sono ritenute svalutanti nei confronti della storia di cui l’io si sente di essere il protagonista. Oppure, al contrario, esso suscita un fascino misterioso, che induce a ricercare attivamente quelle situazioni (raduni, videofilmati, sat-sang ecc.) appositamente dedicate al “tema” della non dualità.  Tuttavia non c’è una differenza sostanziale tra questi due atteggiamenti opposti che sono, in effetti, “due facce della stessa medaglia”. Qualora il messaggio sia davvero “realizzato” non si tenderà a cercare una qualunque situazione definita, poiché “realizzarlo” implica proprio questo: la fine - per qualsiasi cosa, persona, situazione ecc. - di essere speciale.                                                             

Nella mia esperienza ho riscontrato che soprattutto nella quiete della notte, o nel dormiveglia, si avverte un’eco, una risonanza che fa “vibrar l’animo”– per così dire – all’unisono col messaggio non duale. Probabilmente ciò dipende dalle condizioni più favorevoli che sussistono in quei momenti ad un ascolto della …“voce della verità”. E’ con esitazione che scrivo questo, perché già immagino gli scuotimenti di capo che può suscitare, soprattutto nei lettori più esigenti e “assennati” di queste righe, un tale modo di esprimersi. Ho sufficiente dimestichezza colla “patologia mentale” per ascoltare io stesso con un certo “sospetto” qualcuno che iniziasse a parlare con troppa convinzione – fuor di metafora - di “voce della verità”.  Immediatamente si affacciano nella mente ipotesi “diagnostiche” di disturbo paranoideo  o schizofrenico, di delirio mistico, religioso ecc. Per “voce della verità” non intendo nessuna percezione sensoriale definita (uditiva,  visiva,  ecc.) quanto una sorta di rischiaramento che pur non lasciando alcuna traccia “tangibile” (pensieri, emozioni, stati d’animo ecc.) attua una trasformazione irreversibile nell’intimo. Una “voce” ineffabile, dunque, che - senza impartire nessun comando né indicare alcunché di definito – impercettibilmente “rischiara” l’orizzonte interiore. E’ questa sua discrezione a suggerirmi di alludervi come a una “voce della verità” - nessuna rivelazione, nessuna illuminazione, nessun improvvisa intuizione più o meno folgorante … tutti fenomeni psicologici che si caratterizzano per una certa "irruenza" che li contraddistingue ed i risvolti “psicopatologici” che, talvolta, essi implicano.

Si prenda, infine, l’immagine dell’Ultima Cena con “Gesù attorniato dai Discepoli”: l’istituzione dell’Eucaristia. Distribuendo pezzi del suo corpo (pane) tra i convitati al banchetto, l’Uno (l’Assoluto) che il Cristo è/rappresenta si frammenta, per nutrire tanti ego separati che si manifestano come persone (i discepoli) ciascuna col proprio carattere, la propria storia e il proprio irripetibile, singolare destino. Questa è la maniera “religiosa” - specificamente cristiana - di esprimere quello che intende T. Parsons quando afferma che                                                    

                                             “la totalità ama le storie”  

E’ bene sottolineare che la storia non va intesa come qualcosa di contrapposto a ciò che è, cioè a Questo (non-dualità/corpo di Cristo).

In verità non esistono affatto delle “storie” distinte dalla “totalità”, poiché è il “corpo di Cristo” che nutre - alimenta di sé - ciascuna “storia”. Una storia è ciò che è che si manifesta come storia. Per questo si può dire che qualunque storia è al contempo reale e irreale.  

Il messaggio non duale, se correttamente enunciato e inteso, non svaluta affatto  le storie - sebbene neppure conferisca a qualcuna di esse un qualche particolare rilievo.

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