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Oggi l’Io è una mente che ha esaurito tutte le risorse. L’unica strada è che l’Io si apra alla possibilità della grazia e di un rinnovamento che potrebbe allora aver luogo in sua assenza. In assenza dell’Io, nel suo vuoto, il flusso immaginale potrà scorrere liberamente 

(J. Hillman 1967, "Senex e Puer")

La non dualità non è una dottrina psicologica, non è una religione, non è una filosofia. Non è neppure una “visione del mondo”. Non è, inoltre, un sistema di pensiero né una mappa cognitiva che consenta di orientarsi su un qualsiasi territorio – ovvero nell’ambito di qualunque genere di esperienza concretamente vissuta. E’ solo un concetto che vuole additare a qualcosa di inconcepibile, destinato a restare fondamentalmente inesprimibile tramite l’uso del linguaggio.  

Il termine “non dualità” è la traduzione del sanscrito “ad-vaita”, non-due. Sarebbe però fuorviante credere che tratti di qualcosa di misterioso ed esoterico,  che ha a che fare specificamente con l’Oriente ed alcune forme di religiosità o di  concezione psicologica e/o filosofica che abbiano le loro radici in quel terreno. Qualcosa di simile è stato infatti espresso sin da tempi antichi anche in Occidente, e non è pertanto necessario ricondurne la matrice ad un preciso contesto culturale,  etnico-antropologico o geografico. L’intuizione di fondo è che, pur essendo giusto distinguere tra un soggetto e un oggetto all’interno di qualunque processo conoscitivo, la loro radicale separazione è qualcosa di sostanzialmente artificioso e illusorio: che tra osservatore ed osservato sussista un rapporto assai più intimo di quanto possa sembrare.  Questo enunciato collima, peraltro, con quanto indicano la gestalt, la “teoria dei sistemi” e la stessa fisica contemporanea –  quella “meccanica dei quanti” che  ha ormai rinunciato all’idea di una conoscenza obbiettiva, che possa cioè prescindere  dal ruolo e dall’influenza decisiva dell’osservatore e della sua strumentazione ai  fini dell’indagine.  Ma questo non è tutto.  Poiché non solo la distanza spaziale ma anche quella temporale, che caratterizza ogni processo trasformativo, contribuisce ad alimentare un illusorio senso di separatezza. Ne è un valido esempio (fatto dal prof. Bergonzi*, da cui qui lo riprendo) quello dell’ente denominato con la parola rosa, che ieri era un ramo spinoso, oggi è un fiore profumato e domani sarà spazzatura maleodorante.

La questione di fondo è che il linguaggio, nel denotare oggetti in quanto entità circoscritte (onde rendere l’esistente indicabile e opportunamente fruibile) alimenta l’idea illusoria del sussistere di una qualche sostanza:  qualcosa di consistente spazialmente definito ed isolato, nonché stabile e durevole nel tempo.  

Ciò vale, naturalmente, anche per quel che attiene il mondo delle relazioni umane, dei rapporti tra le persone. La non dualità mette in discussione l’esistenza della persona – intesa come un me o un io individuale facente capo ad un corpo fisico – come entità separata da tutto il resto, in quanto non-io e/o mondo esterno.

In merito alla questione, navigando in rete si possono trovare spezzoni di filmati in cui alcuni soggetti “testimoniano” il messaggio “non duale” davanti ad un pubblico di cultori/interlocutori affascinati da quel che sembrerebbe essere qualcosa di autenticamente sentito e vissuto, per quanto solo approssimativamente descrivibile mediante il linguaggio della parola. Costoro affermano di non percepire (più**) di avere un io né un’identità ben definita, essendo ormai solo semplice presenza, testimonianza incondizionata di una vitalità naturale, irriflessa, dell’esistenza - un’esistenza per lo più indicata sinteticamente con la locuzione inglese what is, che si può tradurre in italiano come ciò che è. Pertanto non si considerano più – almeno è quanto affermano – individui, essendo il senso dell’individualità – la sensazione di essere un io/corpo o un me separato da tutto il resto - del tutto scomparso, almeno da un certo momento della loro vita, per fare posto a … nulla e a nessuno - ovvero alla vita stessa (naturalmente questo è solo un modo indicativo di riferirsi a qualcosa di indescrivibile).

La fine del senso di separatezza/dualità (la sparizione di una coscienza intrapsichica, riflessiva) implicherebbe anche che non ci sia più qualcuno né alcuna dialettica dei  “punti di vista” (che presupporrebbe il persistere della distinzione tra soggetto-oggetto all’interno  di qualunque processo conoscitivo), permanendo soltanto un semplice e ubiquitario essere/esperire totalmente impersonale.  L’affermazione - tutt’altro che tacita – comune a costoro è che l’accadere della vita sia essenzialmente sogno, apparenza, illusione, irrealtà: asserzione assimilabile a quella di gran parte delle religioni e delle filosofie Orientali – anzitutto il buddhismo, con la sua maya o “illusione cosmica” – ma anche, in Occidente (in un senso però più poetico che letterale) al pensiero di autori come W. Shakespeare e Calderon de la Barca per i quali “… la vita è sogno”, giungendo – ai nostri giorni – a quanto sostiene buona parte della scienza moderna, specificamente la succitata fisica quantistica, che mette in discussione l’effettiva esistenza della "materia". Le vicende degli uomini sarebbero soltanto storie - effimere “tessiture della maya” che non toccano in alcun modo la verità dell’essere, con la sua irriducibile, gratuita,  inestinguibile libertà e vitalità naturale.

Tutto è uno e tutto sorge - semplicemente ed estemporaneamente - senza che vi sia alcun senso, alcun processo, alcuna meta, alcuna direzionalità, né alcuno scopo.

Il “messaggio” non dualistico appare di una semplicità disarmante, tanto da risultare – è quanto viene sovente affermato – inafferrabile proprio a causa di tale semplicità. E d’altra parte chi potrebbe afferrarlo se, in realtà, non c’è nessuno? Naturalmente non c’è neppure alcun libero arbitrio. Inoltre tutto è - al contempo - reale e irreale. Tuttavia si parla sovente di Amore. Amore assoluto e incondizionato. Tutto è Amore, e qualunque “cosa” – dall’apparenza di quell’oggetto davanti ai miei occhi denominato ‘tavolo’, alla luce delle stelle disseminate nel cosmo - costituirebbe un invito a tale riconoscimento. A tornare a casa.

Una “casa” da cui peraltro nessuno si sarebbe mai davvero allontanato. A quel Paradiso che non sarebbe affatto altrove - in linea con quanto avrebbe affermato anche il Cristo dei Vangeli, al quale si attribuiscono le parole:

                                 “ Il regno di dio è già in mezzo a voi

(Lc. 17,21)

Inoltre non sussisterebbe – inteso in assoluto - alcun rapporto causale, nessuna conseguenzialità che connetta in qualche modo le cose e gli accadimenti tra loro. Che si tratti di sentimenti, di stati d’animo, di oggetti o di quant’altro … poco importa distinguere, in merito. Anche perché non c’è alcuna separatezza tra il mio corpo e la sedia su cui siedo. Così come non c’è  tra l’istante presente e il successivo. Anzi: non c’è neppure un istante successivo, poiché c’è soltanto questo. Ciò che è. Che è tutto e nulla, nonché – e al contempo - reale e irreale, assoluto e relativo.

Il messaggio non dualistico non avrebbe esso stesso alcuno scopo, naturalmente. Sarebbe pura condivisione: l’annuncio (la nuova “buona novella”?) di un’evidenza tacita, senza che venga effettivamente con-diviso nulla, poiché non sussisterebbe alcuna sostanziale distanza, nessuna separatezza, tra “me” e “te”.

Quello della non dualità - che come è stato già rilevato sarebbe la traduzione letterale del termine sanscrito a-dvaita, ovvero non-due - si pone come un “punto di vista” (sic!) sconcertante per il pensiero ordinario ma al contempo denso di feconde implicazioni. Adottandolo si “risolverebbero” tutti i “problemi” che crediamo di avere poiché - in realtà – di “problemi” non ne “abbiamo” proprio nessuno. Meglio ancora: non c’è nessuno che possa averne, essendo tutto - proprio tutto - 

                 “… soltanto il gioco dell’Uno che fa finta di essere Due

ovvero

           “ … nient’altro che uno scherzo divino e gloriosamente inutile

(T. Parsons)

Sebbene quanto sin qui delineato pur sommariamente costituisca forse il denominatore comune di qualsiasi approccio non duale, nei circuiti dell’ad-vaita contemporaneo si riscontrano delle posizioni piuttosto articolate e diversificate, tra coloro che possono esserne considerati i rappresentanti di maggiore rilievo. Per esempio, ad autori come Rupert Spira*** che contemplano l'esistenza di una coscienza/consapevolezza priva di oggetto (definita talvolta come “presenza mentale” o “io sono”) intesa come dato esperienziale irriducibile e originario, si contrappongono altri come T. Parsons e J. Newman**** per i quali persino il ruolo giocato da essa risulterebbe essere del tutto artificioso e illusorio.           

Concludo col ribadire l’assunto di base del messaggio “non dualistico”: ovvero che le parole, in merito, possono solo “puntare” verso qualcosa d’inesprimibile – ad un quid troppo immanente, immediato, per poter essere adeguatamente espresso da qualunque genere di descrizione verbale. Questo accomuna parecchio qualunque discorso concernente la non dualità agli enunciati riguardanti tanto l’esperienza estetica quanto quella mistica (dal greco "mystikòs" = misterioso; "myein" = chiudere, tacere), poiché entrambi additanti qualcosa che è destinato a rimanere sempre e sostanzialmente indicibile.

Note

*Docente di Religioni e Filosofie dell'India all'Università «L'Orientale» di Napoli;  socio e analista del Centro Italiano di Psicologia Analitica. A partire dagli anni '70 Mauro Bergonzi si è dedicato all’approfondimento dei percorsi meditativi di varie tradizioni orientali quali buddhismo, vedanta, taoismo. Si veda, tra le altre, la breve videointervista pubblicata il 30 set 2016 in www.spaziolanimale.com (https://youtu.be/ZwGHCISiTaU)

**  "l’ultimo pezzetto, quando sentii per la prima volta parlare di non dualità… fu solo un riconoscimento retrospettivo che c’era una fine assoluta di tutte le esperienze, un niente assoluto, il nulla… ma certamente un tutto che è nulla e un nulla che è tutto. Era tutto quello che era. Non c’era riconoscimento di ciò che era, fu solo un grosso accadimento energetico. E poi - in seguito - ci fu un crollo, o dei glimpses, come degli aspetti di ciò che è o ciò che era stato coperto dal cercare ciò che è. E alla fine, certamente, non c’è un processo… perché alla fine - siccome questo non sta accadendo, ma sembra solo che stia accadendo - l’intero processo che porterà al fatto che niente stia accadendo è un’idea ridicola - che qualcosa può condurre al nulla. Quindi alla fine è riconosciuto che non c’è un processo, perché niente è mai in realtà davvero accaduto. Era solo un sogno, dal quale nessuno si sveglia, perché il sogno è il sognatore che sogna il proprio sogno" (tratto da un’intervista a J. Newman sulla natura del sé rilasciata a Vienna nel 2018, https://youtu.be/POytnSH0aUs)  

*** Tra i libri di quest’insegnante e praticante di origini britanniche di non dualità si suggerisce la lettura del volume edito nel 2018 da Astrolabio Ubaldini  col titolo: ”La natura della coscienza. Saggi sull'unità di mente e materia”

****Di questi due “messaggeri” (o speakers) di non dualità sono rinvenibili in rete parecchie interviste e videofilmati, dei quali diversi sottotitolati e/o simultaneamente tradotti dal  vivo in italiano. Tra questi ultimi si raccomanda la visione di almeno uno della serie di incontri tenuti da Jim Newman nel 2016 a Milano (https://youtu.be/yQrp9qmWgnQ). In questo stesso sito è presente la trascrizione della prima parte di quest'ultimo incontro.

Se esistesse un sentiero su cui poter segnare le tappe della mia esperienza contemplativa questo sarebbe il sentiero sempre più vasto e profondo del silenzio

(Bernadette Roberts)

                                                           

    

                    I

Non è facile dire qualcosa a proposito di questo libricino. Forse è più semplice descriverlo per quello che non contiene, che per quel che  contiene. Non è un diario spirituale. Non è un saggio sulla mistica. Non è un’autobiografia, né un frammento autobiografico. Non è certo un trattatello filosofico, né di psicologia fenomenologica. Eppure - nello stesso tempo - è ognuna di queste cose. Scritto con una prosa limpida, diretta, totalmente privo di ambizione letteraria, questo documento ha un valore inestimabile per chiunque sia interessato a comprendere la natura dell’esperienza di essere umani - di creature “senzienti” che non si limitano ad esistere, come fanno gli animali e le piante, ma che piuttosto insistono nel cercare di trovare un senso, un significato per cui “valga la pena” che la vita sia vissuta. L’autrice è un esemplare paradigmatico di cercatore, in tal senso. Di qualcuno che vuole sapere, che vuole scoprire, che vuole penetrare fin nei più intimi recessi dell’esistenza consapevole. Che aborre ogni forma di “automatismo” cognitivo-comportamentale,  ed è affamato di riscoprire sempre daccapo il valore dell’agire, del perseguimento di uno scopo, di un qualunque sforzo che non abbia alcuna intima necessità d’essere al di là dell’essenziale.  Prendendo le mosse da simili premesse la ricerca non può che approdare, infine, ad un punto d’arrivo che è anche – come mostra pagina dopo pagina la testimonianza di Bernadette Roberts – il suo punto d’origine. Ovvero al silenzio: l’impossibilità di dare voce a quell’amore che tutto accoglie e per il quale non possono esserci pensieri né tantomeno parole adeguate. Resta – forse - il declamare versi del poeta, come ultima possibilità di espressione ciarliera. Ma la Roberts è troppo ‘scientifica’ per accontentarsi di questo; è troppo audacemente ‘sperimentale’ per accettare di limitarsi tanto. Lei voleva “guardare in faccia” Dio e Lui - infine - l’ha accontentata. I suoi primi silenzi, calati tra le mura di un monastero che sorgeva nei pressi del mare, hanno delicatamente bussato alla porta del Padrone di Casa: ancora troppo timidi, per essere uditi da Egli stesso ben al di là della soglia, benché abbastanza insistenti per richiamare quanto meno l’attenzione della Sua Servitù.
Fino a quel punto, tuttavia, in tanti ci sono arrivati e ci arrivano: basta dare un’occhiata, per esempio, ad alcuni dei “casi clinici” descritti esemplarmente da R. D. Laing sul finire degli anni ’60 del secolo scorso nel suo libro “L’io diviso”, laddove si parla dell’angoscia di essere “risucchiati” che si manifesta nell’esperienza prepsicotica di alcune personalità ”schizoidi”. La Roberts scopre, sin da quelle prime avvisaglie, che si può agire senza alcun pensiero, e ne resta affascinata. Ma si intende, sin dalle prime pagine della narrazione, che ella già da un pezzo bramava ardentemente di “togliersi il pensiero” e, sebbene all’inizio ancora le riuscisse di strapparsi all’incanto, dovette presto rassegnarsi a constatare che “qualche pezzetto” - o se si preferisce noi diremo “una parte di sé ”- non sarebbe mai tornata indietro, da quel silenzio. Come accadde alla leggiadra Persefone quando venne rapita dall’astuto Ade, anche l’anima della nostra eroina s’è nutrita di un frutto troppo dolce per non desiderare di tornare al più presto laddove esso fu colto. La gioia che succedette a quel primo incontro con l’amato minacciò di straripare oltre gli argini, al punto ch’ella si chiese quanto tempo ancora essi avrebbero potuto reggere: una domanda che per inciso ci fa intendere che c’era ancora uno spettatore che osservava lo svolgersi della scena da una debita distanza di sicurezza.  
Ma Bernadette è troppo temeraria e innamorata per consentire a qualcuno
di “restarsene a guardare”: “Dove finisco io e dove comincia Dio” -  è la domanda che l’ha sempre assillata. 

                                                                  II            

La ricerca dell’assoluto è rovinosamente corrosiva per il cercatore stesso; nella migliore delle ipotesi è un’inconfessata vocazione al suicidio. Oltrepassata una certa soglia di silenzio ci si inoltra in un vuoto che non contempla alcun Dio personale, né alcun Sé di uguale natura.  E’ quanto illustra il lucido resoconto di questa ex suora Carmelitana, che presto si trova a dover riconoscere che da un certo momento la sua “vita interiore” o “spirituale” era finita. A quel punto neppure i bramati paralleli con la Notte Oscura dell’Anima di cui narrano gli  scritti del (da lei) beneamato Giovanni della Croce poterono offrirle alcun conforto. Ella non sentiva più la vita.  Intanto però - passo dopo passo, pagina dopo pagina - il lettore attento di Bernadette si trova a beneficiare di un tesoro inatteso, sparso qua e là, tra  le macerie ancora fumanti di un sé in frantumi. “Sapevo per esperienza che non serve pensare, per risolvere i problemi della vita” – ecco,  una delle tante pepite d’oro che l’autrice sciorina con noncuranza dinanzi al nostro sguardo attonito. O ancora: “Non è Dio, ovvero la vita, a essere nelle cose.  E’ esattamente l’opposto: le cose, ogni cosa, sono in Dio”. Ciò è quanto avrebbe affermato anche un altro inguaribile cercatore  come C.G. Jung, senonché lo psichiatra svizzero alla parola Dio preferiva – forse per una sorta di fatale “deformazione professionale”? – quella di Psiche.  L’insegnamento Advaita (“non dualità”, in sanscrito) sin dall’antichità mette in guardia dall’illusione che qualcuno possa conseguire l’illuminazione spirituale - o Liberazione - attraverso la ricerca. Non perché essa richieda troppo sforzo ma, semplicemente, perché nessuno può raggiungerla. Forse anche per questo, di recente si possono osservare in parecchi filmati diffusi in rete alcuni individui che vanno in giro per il mondo dicendo di essere diventati nessuno**. Bernadette non ha mai fatto qualcosa di tanto spettacolare ed eclatante, ma la sua testimonianza scritta certo non è meno convincente della loro. Soprattutto perché si avverte la lotta drammatica di un’anima che vuole e non vuole soccombere all’avversario.  Il vento del conflitto, spirando gelido tra le pagine del suo resoconto, rende la narrazione della Roberts infinitamente più avvincente, persuasiva e verace di tanti satsang o “raduni” lautamente prezzolati i cui filmati circolano oggigiorno “online”. L’ironia serpeggia dappertutto nel testo scritto, ma non sconfina mai nella comicità o nel sarcasmo. Raggiunge l’apice quando l’autrice stessa figura colta di sorpresa da quello ch’ella indica come un’ineffabile, ubiquitario e pervasivo Sorriso.  Un “Sorriso” riguardo al quale è evidentemente insensato chiedersi di chi sia o a chi sia rivolto, essendo infine rivelatasi irrilevante - ai suoi occhi - la questione del confine, del limite tra l’umano e il divino.   “Dio è tutto ciò che esiste. Tutto, naturalmente, tranne il sé” - afferma perentoriamente Bernadette.

                                                                   III

Le fasi critiche nell’esperienza contemplativa di Bernadette si succedono con ritmo irregolare, imprevedibile, ed un barlume di comprensione è attinto dalla protagonista quasi sempre a posteriori - a “cose fatte”, più spesso disfatte. La “morte del sé ”, ovvero la quieta benché al contempo drammatica scoperta di non avere un “mondo interiore” fatto di sentimenti, stati d’animo, timori, pensieri e aspettative personali - concernenti pertanto una propria vita - è sopraggiunta abbastanza presto. In seguito ad essa sono mutate tante cose, per Bernadette, anche al livello della pura e semplice percezione visiva. Le diventerà impossibile, ad esempio, “mettere a fuoco” le singole cose su cui cerca di soffermarsi lo sguardo, prendendo gradualmente piede una percezione vieppiù globale, totalizzante, di un mondo che evidentemente non ruota - come sembrava che facesse prima - intorno ad un “centro” divenuto ormai assente. Non le sembrerà più neppure di vedere dalla testa, ma da un punto esterno, posto al di sopra della sua sommità. Naturalmente anche la percezione del proprio corpo smarrirà la consueta familiarità. Le sensazioni della fatica, della fame, così come dei bisogni più elementari, tendono a perdere di intensità e di tono, pur non scomparendo del tutto. L’autrice paragona la sua nuova situazione a quella di qualcuno che debba occuparsi di curare e nutrire una pianta, dunque un organismo vivente del tutto esterno al proprio, che non è capace di comunicare quel che in ogni momento le occorre per vivere. Per cui le è necessario affidarsi, almeno in parte, al “buon senso” nonché ad un certo grado d’immaginazione empatica, che le consenta d’intuire quello che va o non va fatto per un’adeguata cura della propria persona fisica. La sua può apparire, a questo punto, una condizione penosa – almeno se osservata da "qualcuno" - ma Bernadette non si compiange mai, non avendo più neppure la forza per indulgere a farlo. Reagisce piuttosto tuffandosi nella vita, in una vita che avverte scorrere dappertutto, meno che dentro di sé. Cerca allora di confondersi col mondo, coi suoi rumori, col suo vocio indistinto, che evoca qualcosa di nostalgico forse proprio in quanto  irrimediabilmente perduto. La relativa tregua che scaturisce da questo spostamento dell’attenzione non risulterà tuttavia duratura. Un silenzio onnipervasivo incombe dappertutto, minacciando di estinguere ogni percezione di vitalità non soltanto “dentro” ma anche ”fuori” di lei.  Probabilmente provvidenziale, per impedire il tracollo di un equilibrio critico, costantemente minacciato, è stato per la Roberts il compito ineludibile di doversi confrontare anche nelle fasi più tempestose del “viaggio” (come quel che definisce il Grande Passaggio) con le necessità dell’ambiente umano circostante, in particolare dei suoi quattro figli, ancora relativamente dipendenti dall’accudimento quotidiano della loro madre. L’esperienza di Bernadette Roberts infrange così anche quell’immagine tradizionale e un po' stilizzata che vuole una “chiamata spirituale”, con tutte le sue svariate implicazioni esistenziali, qualcosa di avulso dalla dimensione di vita ordinaria della persona, con le sue familiari, immediate impellenze. Lei appare sempre come "una di noi" - un essere umano come tanti - per quanto la sua più profonda e intima domanda indubbiamente non sia così ordinario e comune rinvenire manifestamente tra le persone.

                                                                   IV

Il succedersi di eventi e trasformazioni nell’esperienza e nel vissuto della protagonista sono difficilmente comunicabili tramite la parola, per quanto ella faccia il possibile affinché il lettore possa averne quanto meno un barlume di intuizione, se non proprio d’immaginazione. Così, l’ausilio di adeguate metafore svolge un ruolo imprescindibile, affinché qualcosa di Quello di cui parla Bernadette possa essere comunicato al fruitore del testo scritto. Una delle metafore più suggestive, utilizzata infine dall’autrice per rendere l’idea di cosa abbia implicato per lei pervenire al termine del suo periglioso viaggio, è quella del camminare su un asse d’equilibrio.  In merito a ciò, non credo di essere in grado di formulare il pensiero di Bernadette meglio di quanto riescano a fare le sue stesse parole: “All’inizio si procede lungo l’asse per tentativi ed errori, ma alla fine (…) diventa una seconda natura: o meglio, si comincia a scoprire che fa parte della nostra vera natura ed è il modo in cui dovremo camminare per il resto della nostra vita. Di conseguenza quando, per così dire, sentiamo sotto i piedi la presenza di qualcosa, sappiamo di stare sull’asse, di vivere e agire alla maniera giusta e naturale; quando viceversa sotto i piedi abbiamo vuoto, siamo fuori dall’asse e non c’è più un vero fare. Si può dunque dire che il fare è la manifestazione di qualcosa, o di ciò che è, mentre il non-fare, l’attività investita nel sé, è la manifestazione del nulla in assoluto. (…) Quando l’esistenza priva di sé scompare del tutto, quello che resta è il fare, che è come un asse, una guida e quel qualcosa che coincide con ciò che è."  Prosegue poi dicendo: “Il contenuto del fare, vale a dire ciò che facciamo, è tracciato via via dall’inconoscibile direzione dell’asse, che è stretta e diritta e non tollera giri tortuosi.”  Ma allora ci chiediamo, a questo punto, se vi sia un qualche grado di libertà di cui possa beneficiare la nostra condotta. A tale ormai inderogabile quesito l’autrice risponde col consueto tono perentorio: “Una volta sull’asse noi non siamo più liberi di andare e venire, in quanto è solo il sé che gode di questa libertà. Una condizione priva di scelta non conosce i comuni attributi della libertà; qui c’è soltanto la libertà dal sé, che si scopre non essere affatto libertà. Chi c’è, a essere libero? Chi c’è a scegliere e provare, a porre i traguardi e tracciare il sentiero? Chi era libero ormai è svanito e quello che resta cammina ora sull’asse, al pari di un albero che, privo di pensiero, deve crescere e vegetare secondo una direzione predisposta dalla sua natura, una natura tanto intelligente da restare per sempre totalmente inconoscibile alla mente umana. Così, sapere cosa fare o dove mettere i piedi è un problema che non esiste: quello che si deve sapere semplicemente c’è e quello che non si sa non c’è. In altre parole il ‘che fare’ è strutturato nell’asse stesso, così che il fare è identico al suo contenuto, a ciò che esso fa. Ed ecco che conoscere, vedere, fare sono uno e un solo atto senza alcuna frattura che li divida.” Finalmente, un barlume di luce squarcia la nube oscura che sinora percepivamo aleggiare sulle nostre teste, al punto che il seguito di quanto afferma Bernadette suona persino soave alle nostre orecchie:  “Ciò che un tempo creava la divisione tra il fare e il suo contenuto era il sé con tutte le sue scelte, i valori, i giudizi, le idee e tutto il resto, il sé che non salirà mai sull’asse né potrà mai trovarlo, poiché è bloccato da tutte le sue cosiddette libertà. (…) Su quest’asse ciò che è procede secondo una sicura, irrevocabile, inconoscibile direzione, col risultato che il conoscere e il fare coincidono. (…) Come questo possa accadere non so, ma (…) fa parte integrante della chiarezza di mente che diviene possibile una volta sull’asse: una volta che si diventa tutt’uno con ciò che è.” Tutt’uno con ciò che è. Le parole della Roberts non lasciano spazio ad equivoci.  Alla radice della perentorietà del suo discorso traspare tutta l’autorevolezza che può scaturire soltanto dall’avere visto fino in fondo. Per concludere questo commento, un’ultima considerazione sulla questione del valore e significato dell’illuminazione spirituale.  La Roberts l’ha indicato chiaramente, sebbene non l’abbia del tutto esplicitato: l’illuminazione comporta una perdita e nient’affatto – come a volte si potrebbe credere, in base ai discorsi che capita di ascoltare talvolta persino all’interno degli stessi circuiti dell’advaita contemporaneo – un guadagno.   La perdita del sé.  Desiderare di conseguirla significa voler perdere quelle (pur illusorie) poche “certezze” che crediamo di possedere.  Se tanti sedicenti “maestri spirituali” oggigiorno fossero sufficientemente chiari come lo è stata, anche su questo punto, Bernadette Roberts, sarebbe piuttosto improbabile che si ritrovassero  ad essere seguiti da numerosi - talvolta persino da uno stuolo di – proseliti e cercatori. E’ assai più probabile, invece, che per molti di costoro la ‘ricerca spirituale’ sia piuttosto un tentativo di fuga da ciò che è: una più o meno sottile manovra, o manipolazione psicologica, finalizzata a rafforzare il sé, anziché a perderlo. Mi pare che fu F. Nietzsche, che una volta disse: “ Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro.”

nota biografica

* Bernadette Roberts è nata nel 1931 in California da genitori cattolici osservanti. Entrò nel monastero dei Carmelitani scalzi quando aveva diciassette anni, nel gennaio del 1949. Dopo otto anni e mezzo di vita monastica, lasciò il chiostro ed entrò all'Università dello Utah, dove per tre anni fu studentessa di medicina. Tornata a casa dei suoi genitori a Hollywood, in California, conseguì la laurea in Filosofia presso la “University of Southern California”. Per quattro anni avrebbe insegnato Fisiologia e Algebra presso una scuola superiore d’ispirazione religiosa di Los Angeles, dove incontrò e sposò un collega insegnante, dal quale ebbe quattro figli. Quindi la Roberts aprì una scuola “Montessori” presso Kalispell, nel Montana, nel 1969, dopo aver ottenuto le necessarie credenziali in Inghilterra. Nella sua scuola avrebbe sperimentato metodi di psicologia cognitiva dell’età evolutiva basati sugli studi di Jean Piaget.  Nel 1973 conseguì un master in educazione della prima infanzia presso la “University of Southern California”.  Nel 1976 il marito lasciò lei ed i figli; in seguito ella ottenne l’annullamento del matrimonio.  Negli ultimi quarant'anni frequentò prolungati ritiri presso i monaci camaldolesi sul “Big Sur”, in California. E’ morta nel 2017, nella sua casa nel sud della California, durante il sonno. La Roberts ha raccontato e dettagliatamente descritto la sua vita ed il suo cammino spirituale. Il suo “Autobiography of the Early Years” contiene un resoconto delle prime esperienze familiari e spirituali. Dopo anni di vita contemplativa avrebbe descritto l’evento che definì l'esperienza del non-Sé. In seguito alla pubblicazione del materiale relativo all’argomento la Roberts ha iniziato a ricevere dappertutto inviti affinché ne parlasse più approfonditamente.  Gli ultimi 30 anni di vita li dedicò a tenere ritiri annuali su "L'essenza della mistica cristiana".

**Vedi su questo stesso sito l'articolo "Introduzione alla non dualità"